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Cosa succede quando tre padri che non pensavano di essere un po’ insicuri si scontrano con le discutibili scelte di vita delle figlie? E le madri come reagiranno alle rappresaglie paterne? Se lo chiede nella sua nuova commedia Rolando Ravello. Giunto alla quinta regia, da attore ha già vinto 3 Nastri d’Argento, 2 Ciak d’Oro e 2 Premi Flaiano, e come già dimostrato in passato, in veste di autore si lascia attrarre molto dalle dinamiche familiari. Così questo quadretto familiare a tre coppie di È per il tuo bene, film Medusa adottato dalla piattaforma online Amazon – dove è in uscita il 2 luglio 2020 -, incasella in ruoli classicamente genitoriali Marco Giannini e Isabella Ferrari, Giuseppe Battiston e Claudia Pandolfi, Vincenzo Salemme e Valentina Lodovini.

È per il tuo bene. I padri colti alla sprovvista e le donne che li sorreggono

Abbiamo il poliziotto buono e ingenuo che dovrà affrontare il fidanzatino rapper della figlia, l’avvocato spregiudicato e classista che si ritroverà a giustificare l’assenza di sua figlia proprio al matrimonio di lei, e il marito intransigente alle prese con un uomo piuttosto navigato e secondo lui non adatto alla sua primogenita di appena vent’anni. Ravello ci racconta una paternità in crisi. Escogita alchimie narrative utili a tenere lo spettatore incollato alla storia, inventa percorsi intricati e soluzioni spionistiche per questi tre uomini di mezza età orfani di un rapporto aperto con le rispettive figlie. Riusciranno a riconquistarlo? Ma ancora prima, come si perde il contatto umano con i propri figli?

Si accarezzano morbidamente temi come la droga o la “musica del diavolo”, la diatriba tra il lasciar correre autogestito e la repressione. Ma poi anche l’assenza genitoriale e i gap generazionali che non mancano mai in questi casi. Forse il primo motivo d’ironia per l’autore. C’è anche tanto perbenismo da sfrondare per i tre protagonisti defraudati, quasi o più che del tutto, della patria potestà da maschi più giovani, intrusi nel ménage familiare, e che lotteranno strenuamente per l’amore delle loro figlie.

Lo sguardo del regista ci lascia gironzolare insieme a questi protagonisti pasticcioni senza virtuosismi visivi, e con il rischio, per la verità, di rimanere un po’ nell’anonimato visivo della commedia borghese per un pubblico medio, che cerca intrattenimento sì, ma non emozioni eccessive, e tutto sommato abbastanza buonista. Le musiche di Maurizio Filardo non graffiano come potrebbero, il compositore in passato ha fatto molto di meglio. Peccato, perché gli attori appaiono in ottima forma e la direzione ne evidenzia le migliori caratteristiche, ma chi rinvigorisce ogni marito/attore sono proprio le mogli, più ancora delle figlie. Le ultime utilizzate giusto come micce narrative per questo non incandescente falò delle paternità.

È per il tuo bene, o per il bene del maschiocentrismo?

È per il tuo bene cinematographe.it

Si abbuffa di maschiocentrismo, soffrendone un po’, questa commedia almeno tecnicamente spregiudicata. Sì, spregiudicata a modo suo perché la figlia messa in discussione per la sua nuova relazione poteva anche essere una, o magari due. Triplicare le famiglie in bollitura va ben oltre il semplice esercizio di stile, ma evidenzia un osare autoriale del quale non si può non tener conto positivamente. Abbiamo anche tre padri protagonisti schiacciati dalla volontà delle figlie e rimessi in riga dalle stesse mogli. Veri assi portanti di questo microcosmo.

È per il tuo bene: il poster del film sotto accusa per “mancanza di attrici”

È pur vero che se il film fosse stato girato da una Comencini o dall’Archibugi probabilmente ci sarebbe stata quantomeno più coralità. Peccato che queste mogli agiscano esclusivamente da spalla ai tre capicomici. Del resto pure lo stesso Brizzi con Maschi contro femmine e Femmine contro maschi aveva costruito una serie di altarini a specchio mostrando con due film i due punti di vista atavici: Venere e Marte. Chissà se una soluzione a doppia angolazione ha sfiorato le idee di Ravello. Senza sfiorare invece inutili polemiche femministe, è sempre bene pensare allo sviluppo creativo più fruttuoso possibile, narrativamente parlando, di una buona storia. Nel nostro caso siamo di fronte a tre personaggi, le mogli, che avrebbero potuto dare molto di più alla storia, e tre attrici decisamente all’altezza della situazione. Senza contare una Matilde Gioli, figlia di Giallini e Ferrari che fa egregiamente il suo, ma avrebbe meritato più spazio anche lei con il suo character. E un’ultima menzione la merita Biondo, al secolo Simone Baldasseroni, rapper prestato alla macchina da presa che ci riporta alla memoria spolverate dolaniane e kassovitziane della prima ora. Ma sono echi ancora lontani. Qui si ridacchia, sadicamente, delle preoccupazioni genitoriali attuali, altroché.

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