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Dal 15 Gennaio a disposizione su Netflix, troviamo Doppio papà sotto la direzione di Cris D’Amato e scritto a quattro mani da Renato Fargundes e Thalita Reboucas. Come protagonista, troviamo Vicenza (Maisa Silva, Cenerentola Pop), una diciottenne che ha sempre vissuto in pace ed armonia in una comunità hippie, ma è afflitta da una domanda precisa: chi è suo padre? Per lei è sempre stata una figura misteriosa, nascosta agli occhi dei componenti della sua attuale famiglia. Quando sua madre parte per un viaggio spirituale in India, Vicenza approfitta di questa opportunità per avventurarsi a Rio De Janeiro nella speranza di rintracciare il padre. Si troverà di fronte ad una scoperta sorprendente: due padri saranno pronta ad accoglierla, ma Vincenza dovrà scoprire, nel corso del film, se sono acquisiti o biologici.

Doppio papà: un viaggio che diventa un trampolino di lancio per riscoprire sentimenti rinnovati

doppio papà recensione film netflix cinematographe.it

In questa versione aggiornata di Mamma Mia!, ma senza la componente musical ad animare i passaggi più significativi del film, Doppio papà si inoltra tra gli spazi aperti e lussureggianti di Rio De Janeiro per consegnarci una storia leggera, spensierata, ideale per un pubblico di giovanissimi: l’avventuriera Vicenza, interpretata da una lanciatissima Maisa Silva con sguardi e sorrisi sempre incisivi, decide di rispolverare un passato tenuto sotto chiave da sua madre. Le è sempre mancata una figura paterna come elemento centrale di supporto, che si prestasse all’ascolto e che rinnovasse l’umore di una ragazza parzialmente smarrita. In questo viaggio da lei ideato, troviamo il modo di esplorare degli affetti vivi, sinceri, senza frangenti forzati atti a rendere la trama poco scorrevole.

Con due padri al suo seguito, Paco (Eduardo Moscovis) e Giovanni (Marcelo Mèdici), il primo un pittore dallo spirito libero e l’altro un consulente finanziario scontroso e burbero, il film si concentra unicamente sul rapporto fra questi tre personaggi principali per garantirci un’atmosfera gioiosa e caratterizzata da scene equilibrate fra risate e affetti ben integrati nei dialoghi e nelle nuove dinamiche familiari. Ritrovatasi in un mondo totalmente estraneo e con tecnologie che non le appartengono, Vicenza deve anche adattarsi in una città in continua evoluzione ma ricca di squarci visivi che potrebbero ispirarla a riprendere il ruolo di figlia con stupore e meraviglia. Rio De Janeiro è un macrocosmo con una popolazione socievole ed espansiva, incantevole sia ad un primo impatto nella selezione delle location che nei rapporti umani non legati a secondi fini.

Non vi sono particolari difetti in un film che fa della leggerezza il suo cavallo di battaglia

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Il film di Cris D’Amato va individuando una rotta preimpostata ma mai eccessivamente stucchevole: l’intento è quello di presentare una ragazza in cerca di nuove realtà, non dissimili da ciò che ha sempre ottenuto nella sua comunità. Non ci dobbiamo interessare ad un dramma preparato a tavolino, perché questo non viene assolutamente inserito nello svolgimento di Doppio papà; una svolta che dovrebbe risultare essenziale per ravvivare le sorti del racconto può fare a meno di presentarsi, col tentativo – pienamente riuscito – di valorizzare interpretazioni soddisfatte del proprio operato in un contesto dominato dalle emozioni più genuine. Nel non stabilire schieramenti netti e decisivi, Vicenza riesce a scoprire nuovi valori in una vita che non era completamente definita, affidandosi a caratteri profondamente umani che, a loro volta, ritrovano amori perduti da tempo.

Doppio papà riesce a sfruttare abilmente le sue due ore di minutaggio per mettere sul piedistallo tre interpreti divertiti, capaci di accompagnarci col sorriso in luoghi lussureggianti e degni di essere visitati e ammirati. Le svolte si possono ampiamente prevedere in un intermezzo che suggerisce gli equilibri del rapporto fra Vicenza, Paco e Giovanni: non per questo il film va a perdersi in efficacia e ritmo. Si tratta di una leggera sbavatura che non vuole, nella maniera più assoluta, rovinare l’atmosfera generale che possiamo respirare assieme ai protagonisti che la vivono in prima persona con estrema facilità e disinvoltura.