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Per chi non fosse giovane negli anni ‘80, pratichi poco l’italo disco e magari non sia neanche un cultore dell’Isola dei famosi, potrebbe essere piuttosto difficile avere anche solo una vaga idea di chi sia Den Harrow. Idolo degli anni ottanta, rubacuori sfrenato, animale da palcoscenico e vincitore di numerosi dischi d’oro, Den Harrow pare fosse un nome di culto nel panorama musicale del tempo. Ma oltre a una volto malizioso e ad alcune mosse iconiche cos’è che rende un personaggio del genere un buon materiale per un documentario? La risposta si cela tutta nella lunga querelle che accompagna il suo nome e che riguarda, più precisamente, la sua voce. Da tempo infatti si diceva che la voce di Den Harrow non fosse quella di Stefano Zandri, che invece ne era corpo e volto, ma che fossero altri cantanti, tra cui Tom Hooker a registrare i pezzi su cui lui si esibiva in playback. Nel 2012 infine lo stesso Zandri conferma l’esistenza di un “progetto Den Harrow” ma la spaccatura tra lui e Hooker è ormai irrecuperabile. Partendo da queste promesse, Dons of disco si presenta come un lavoro che vuole presentare i fatti e andare a fondo di questa disputa.

RomaFF13 - Dons of disco: recensione

Dons of disco: un documentario su Den Harrow

Raccogliendo interviste degli stessi Zandri e Hooker ma anche dei loro produttori del tempo e di alcuni fan, Jonathan Sutak si butta fin da subito a capofitto nella questione presentandoci dapprima due versioni della storia dai toni nettamente diversi per poi smussarne sempre più i contorni. Più di una volta si tenta di presentare l’intera disputa come fosse qualcosa di più alto, uno scontro tra messa in scena e ispirazione, tra corpo e voce, tra autore e ghost-writer. Sebbene fondamentalmente il problema sia appunto questo, ovvero se sia giusto dare a Cesare quel che è di Cesare e riconoscere a Hooker la paternità delle canzoni e della sua stessa voce, allo stesso tempo si ha difficoltà a capire chi sia però Cesare. Come negare che tanta parte del successo di Harrow si deve al volto di Zandri? E allo stesso tempo come si può far finta di niente quando questi era solo una bambola vuota al cui interno risuonava la voce di Hooker?

RomaFF13 - Dons of disco: recensione

Dons of disco non convince e non prende posizione

È in bilico tra queste due domande che si muove il documentario di Sutak senza mai che si prenda una posizione precisa. Dando voce all’uno e all’altro e presentando entrambi i loro punti di vista non tanto come se si volesse sospendere il giudizio ma più come se si traesse quasi piacere a ridurre la schermaglia a un gioco continuo di punzecchiature quasi infantili, Dons of disco ci presenta i due personaggi con grande attenzione. Non solo si seguono Hooker in tour e Zandri nel suo primo revival ma si cerca anche di indagare il più a fondo possibile i due personaggi cercando, non con troppo successo, di metterne in mostra luci e ombre.

Il risultato è un documentario dalla grana grossissima, in cui il trash la fa da padrone così come una sorta di curiosità pruriginosa per alcuni risvolti da pettegolezzo cui assistiamo impotenti. Tutto sommato però, quei suoi 84 minuti volano via con leggerezza risultando nel complesso un prodotto non tanto piacevole ma quantomeno tollerabile.