Dogville: recensione del film di Lars Von Trier

Dogville è un film diretto da Lars von Trier con Nicole Kidman, Paul Bettany, Stellan Skarsgård e James Caan. Il regista danese decostruisce un palcoscenico in collisione tra cinema e teatro, non a caso la voce narrante italiana è affidata a Giorgio Albertazzi, in cui si è a contatto con una cittadella dimenticata da Dio, Dogville,e la fuggitiva Grace (Nicole Kidman). Il nesso gravita attorno alle vite che si incrociano e al suo imperversare, al confronto, e di come lei riesca a farsi accettare dai pochi e incerti abitanti del paese, dubbiosi della sua fuga e del suo timore di essere scovata. Tom (Paul Bettany), scrittore e dialogatore folle, è la prima persona che si imbatte in lei, in seguito al suono di spari che ode alla lontana; é affascinato dal candore e dalla fragilità di questa donna sola, quindi le presterà aiuto e dimora senza battere ciglio, conscio che l’indomani avrà da affrontare la questione della presenza di Grace all’intero paese. Dogville è un microcosmo davvero infimo e limitato, gli abitanti sono pochi, schivi e abitudinari, vivono con le loro faccende a misura d’uomo coprendo qualsiasi necessità, dalle più opportune alle più superflue.

Dogville

C’è parecchio da fare qui a Dogville, considerando che nessuno ha bisogno di niente.
La presenza di Grace è un elemento certamente disturbativo, la tranquillità del paese è legata a doppio nodo con la sua trincerata cecità, popolani che non amano cambiamenti, aggiunte o sottrazioni, sembra che la sua presenza ingiustificata, o meglio nascosta poiché lei è ricercata o quantomeno braccata da dei gangster inarrestabili, sconvolga a tal punto queste persone da spingere parte di esse a comportarsi come il biblico Ponzio Pilato, facendo si che il suo destino si compia lontano da Dogville. Ma a quanto pare non è così che sarebbe dovuta andare: Paul con il suo carattere remissivo ma esortativo riesce ad ottenere l’approvazione di tutti, quindi di poterla ospitare per una settimana, in modo che la sua sicurezza fosse accertata e comprovata.

Dogville

A questo punto c’è da fare una considerazione. La pellicola ha due doti molto precise: l’essenzialità estetica e una dittatura etica a squarciarne la trama. Fin dal principio si nota di come il set sia pieno di nulla, con scritte sul terreno a delimitare le case, il giardino, addirittura il cane, è tutto recintato da linee e muri invisibili finalizzati a mostrare le azioni, i modi e gli sguardi della popolazione verso Grace che cerca l’accettazione nel cuore di Dogville. Il giorno e la notte sono solo due colori, il bianco e il nero, che si alternano continuamente senza nessuna sfumatura. Tutto è volutamente e necessariamente sterile, una narrazione che pone la sua grandezza su attori strabilianti che devono portare avanti un lavoro molto complesso, dovendo esprimere la loro interiorità in modo dirompente in contrasto con un’esteriorità spartana e vuota ma non ai loro occhi, poichè per loro Dogville è l’isola in cui vivere con poco e quindi sicuramente meglio di qualsiasi metropoli. Ed è proprio questo che spinge Grace ad affezionarsi alla sintetica e ruvida esistenza di quelle persone, con le quali cerca di entrare in confidenza ingraziandosi la loro benevolenza con piccoli gesti quotidiani, laddove non serva assolutamente il suo contributo, nonostante tutto. La dittatura etica è figlia di un discorso molto sottile inizialmente che Dogville e Lars von Trier porta avanti con fermezza: l’America, la religione, l’essere umano e la sua alienazione perenne. Alienazione e religione vivono su di un tacito crinale che non viene in genere esplicato né nei romanzi, né tantomeno nei film. Un filo conduttore che si imprime tra un senso comunitario basato su falsi o presunti precetti cattolici, quali la carità, la compassione, che dilagano fino a corrompersi nella mente umana pavida, diffidente e sopraffatta dalla schiavitù della paura. Ecco Grace si inserisce in questo contesto, dapprima vive la stessa quotidianità degli abitanti di Dogville, aiutando come può nelle faccende del paese, curando le piante, aiutando un signore cieco, visitando un uomo anziano, affiancando i bambini con gentilezza nei compiti. Ma il favore diventa lavoro, e il lavoro sfruttamento, fino ad obliarsi nella mortificazione. Dal loro punto di vista la sua presenza è un grosso rischio per la comunità, i gangster la braccano, tornano nel paese in modo costante anche mascherandosi col volto della legge, scalfendo la debole lamina placcata di scelleratezze costituita ad hoc dagli abitanti per non denunciare il loro meschino disgusto nei confronti di Grace, che ha dal suo la sola colpa di essersi imbattuta in una cittadella dalle sembianze di isola felice. Ma l’unica isola è quella che alberga nell’animo umano, quella che non permette evasione, comprensione o cambiamenti alcuni. Dogville è impossibile da cambiare, con abitanti che vivono nei loro perenni paradossi, come Tom che abusa delle sue facili filosofie per arginare il suo scoglio ma non riesce mai ad andare al di là delle sue ombre, un uomo che rifiuta la sua vecchiaia felice attendendo una malattia che non arriva, un signore cieco che non lo ammette fingendo con Grace di vedere il tramonto dalla sua finestra, una donna sposata che nota ogni vezzo e ogni cavillo degli altri ma non può e non concepirà mai il tradimento, non il primo sicuramente, che il marito le arrecherà proprio con Grace. Ogni personaggio ha un suo conflitto, un muro ben costruito ma mai affrontato, una paralisi morale ormai eticizzata nella silente convivenza in Dogville, che in qualche modo ha livellato ogni bruttura e l’ha resa parte di un accordo silente tra villani eremiti.
Grace subirà con l’andare dei giorni di ogni tipo di malessere fisico e psichico, verrà accusata di rubare, ostacolare l’andamento pacifico del paese, dividendo le menti, ammaliando gli uomini, che in realtà abusano di lei minacciandola in modi aberranti, perderà ogni credibilità finendo con una corda al collo legata ad un sasso in segno di derisione e punizione per maleffate mai dimostrate, ormai lei è un peso, un fardello che Dogville deve sopportare per la gentilezza dimostrata e l’antica carità che da sempre la contraddistingue, col risultato che Grace in tutto questo teatro di sopraffazioni e di violenza dovrà anche lavorare il doppio diventando la valvola di sfogo e il mezzo per ogni sopruso. Culmine della storia è il dichiarato amore di Tom nei suoi confronti, amore che rimarrà in un angolo di vergogna e che non avrà mai la forza di sincerarsi, nonostante ciò che lei è, ciò che lei si troverà a subire, raggiungerà vette altissime e con la stessa velocità verrà rinnegato e adombrato dall’ignoranza e dall’immobilità di Tom che non avrà il coraggio di difenderla, il suo non sarà mai amore, lui non ne è mai stato capace, il suo unico desiderio era quello di avere una musa ispiratrice dei suoi romanzi, trincerata e denigrata in meretrice di Elm Street.

Dogville

Se c’è una città senza la quale il mondo starebbe meglio, è questa.

Dogville è davvero la città di cani rognosi senza strade perseguibili, confinati nelle loro prudenze, schiavi di paure e chiusi nei paradigmi piccolo borghesi, trasformeranno un essere quale Grace, puro, sincero e disposto alla convivenza pacifica in merce di scambio, derisa e perseguitata. Lei che conosce bene cosa sia il perdono e lo attua in modo costante, pensando che quelle persone siano comunque buone, che stiano facendo del loro meglio. Ma ad un certo punto capisce bene che la favola che si sta raccontando ha falle troppo profonde per essere anche solo ascoltata.
Il finale è la stagione più oscura, il suono più secco, il climax, una catarsi disattesa ma eccellente. Ciò che avviene è l’Apocalisse, la vincita del male, la dissoluzione, l’alienazione di ogni buonismo. Il gangster torna ancora una volta a bussare alle porte di Dogville e questa volta Grace non scappa in alcun modo. Entra nella macchina e si confronta con quell’uomo che le dà la caccia, suo padre. Ancora una volta il bene e il male trovano terreno comune, attraverso la vendetta, la colpa e la crudeltà affini ad ogni essere umano, trovano spazio nella mente schermata di ogni speranza di Grace, che ordina al padre di far abbattere e uccidere tutti dai suoi gangster. L’unico che ne sopravviverà sarà proprio il cane, lento e doloro epilogo di una cittadella che ha decantato per troppo il suo senso comunitario senza riuscire davvero a convivere con un essere puro quanto forse irreale, Grace non rappresenta l’umanità ma un modo di concepire il genere umano tanto puro quanto caduco, è un’ ambizione morale auspicabile ma forse irraggiungibile per noi umani corrotti dalle leggi morali, dalla fede, siamo colpevoli delle mostre mancanze, delle nostre solitudini che diventano inesorabilmente l’alienazione dell’altro. Lars von Trier vaga in questo teatro diegetico e determinato in parte dalle unità aristoteliche in cui si raffronta con le debolezze dell’uomo, con l’emarginazione, non nobilitando mai i riverberi delle dottrine mentali, asseconda ogni falso Dio, ogni credenza che ne mostra l’ignobile incoscienza, quanto di poco umano ci resta, quanto di poco artificio ci serva per osservare i più deprecabili difetti, negando ogni fede per ascrivere la sua indagine al solo decalogo (dis)umano.

Regia - 5
Sceneggiatura - 5
Fotografia - 4
Recitazione - 5
Sonoro - 5
Emozione - 4

4.7