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È nel 2009, all’alba della crisi economica che ha messo in ginocchio la Grecia, che Yorgos Lanthimos, il cineasta ellenico più importante del cinema contemporaneo, arriva per la prima volta alla ribalta internazionale. Lo fa con un film che oltre ad introdurre le tematiche del suo cinema, ne è per certi versi anche la migliore espressione ancora oggi, nonostante l’uscita di titoli straordinari come Alps, The Lobster, Il Sacrificio del Cervo Sacro e La Favorita, perché capace di coniugare perfettamente forma e contenuto della sua concezione personale di scopo del medium cinematografico.

Dogtooth (Kynodontas il titolo originale), vittorioso nella sezione Un Certain Regard di Cannes 62 e candidato agli Oscar nella categoria del miglior film straniero, è il vagito di un artista con uno spiccato senso sociale, un monito per la sua patria, minacciata dall’ombra di una nuova ondata di restrizioni sociali e di pensiero, tale da risvegliare le paure della “dittatura dei Colonnelli”, da cui la Grecia si è riuscita a liberare solo nel 1974. Un anno dopo la nascita del regista.

Dogtooth: la favola nera di Lanthimos

Angeliki Papoulia, cinematographe.it

In Grecia esiste una villa con un giardino incantato dove è possibile cogliere zombie dal terreno, pescare trote dalla piscina e giocare con gli aerei che cadono dal cielo. L’unica cosa da temere quando si rimane tra il verde dei suoi alberi sono le incursioni dei gatti, gli animali più pericolosi del mondo. Spesso è possibile ammirare al suo interno tre fratelli, un maschio e due femmine, che corrono e giocano tra loro, cullati dall’atmosfera eterea che aleggia in quel luogo indefinito. Sono i figli della coppia che abita la ricca abitazione, due genitori affezionati, la cui prima preoccupazione è l’educazione dei ragazzi.

Tra tutti i membri della famiglia il Padre è il solo che ha la possibilità di superare il recinto di legno che separa la casa dal resto del mondo. Questo perché a lui è caduto e poi ricresciuto uno dei due canini, unico segno inequivocabile che permette di capire quando una persona è pronta ad affrontare i pericoli che sono in agguato all’esterno.

Una salda posizione di supremazia rispetto agli altri membri, totalmente dipendenti dalla sua persona. Eppure l’uomo non è tipo da concedersi scampagnate o avventure fantasiose quando è fuori casa, anzi, tutto ciò che fa è in funzione della vita familiare. Infatti oltre a recarsi alla fabbrica dove lavora come dirigente, i suoi interessi riguardano Christina (Anna Kalaitzidou), una persona esterna a cui, dato il suo ruolo, è concesso entrare in contatto con il micromondo della villa, e un centro di addestramento canino, dalla filosofia ineccepibile.

Una dedizione totale per la prevenzione di un sistema da qualsiasi tipo di falla, concetto impossibile per definizione, specialmente poi se all’esterno apri il cancello di casa.

Una famiglia felice

Dogtooth, cinematographe.it

Attraverso l’accostamento con la crescita in cattività e  con lo spunto narrativo delle rigidità dell’addestramento canino, Lanthimos mette in scena una allegoria macabra e disturbante dell’educazione dei regimi totalitari, basati sulla manipolazione della realtà effettiva, la repressione dello sviluppo individuale e il bieco dominio del patriarcato.

Padre (Christos Stergioglou), Madre (Michele Valley), Figlio (Hristos Passalis), Figlia maggiore (Angeliki Papoulia) e Figlia minore (Mary Tsoni) sono solamente delle parti di un microsistema metafora di uno più grande (famiglia e Stato), in cui vengono riproposte, secondo la cifra stilistica del cinema dell’autore greco, le estremizzazioni dei meccanismi che esaltano prima le fragilità e le paure insite nel rapporto genitori-figli nella società moderna e poi i pericoli che derivano da una educazione che non permette una crescita integrata e libera.

Per raggiungere il suo scopo Dogtooth ruota intorno all’alterazione del linguaggio, dando vita ad una codificazione falsa attraverso cui i tre figli conoscono il mondo, caratterizzata da una epurazione certosina di ogni riferimento considerato potenzialmente scomodo o problematico al mantenimento di una prigionia basata su ignoranza e regressione. In questo modo intorno a loro i genitori creano una realtà fittizia, in cui le parole assumono significati differenti e facilmente la voce di Frank Sinatra può diventare quella di un nonno che invita all’asservimento.

Togliere ai figli gli strumenti utili per farsi una propria idea sul mondo e di conseguenza non permettergli mai di ottenere quelli per sopravviverci è venire meno al compito essenziale del costrutto familiare.

Dogtooth: umanità da laboratorio

Dogtooth, cinematographe.it

Da sempre il cinema di Lanthimos tratta l’umanità alla stregua di una cavia da laboratorio. Quello che interessa al regista è vivisezionare tutti gli aspetti della natura e della vita umana, composta da costruzioni e riti sociali basati su dei presupposti che sono percepiti come consolatori e rassicuranti, ma che, se portati alla luce, possono risultare invece nascondigli perfetti per violenza e crudeltà.

Dogtooth capovolge il concetto di sacralità familiare, mostrandoci una gabbia per animali facilmente scambiabile per un paradiso sulla Terra, dove i tre soggetti si aggirano senza meta precisa, leccandosi a vicenda nella speranza di trovare un barlume di affetto e normalità, almeno nella scoperta di una sessualità anche viziata, pur essendo invischiati in un limbo che li rende bambini con bisogni appartenenti all’età adulta.

Loro sono i mostri bendati, automi spasmodici e senza nome, esseri in grado di reagire alla violenza solo con la violenza, contro se stessi e contro gli altri, lo strumento primordiale dell’uomo quando tutto il resto gli è tolto, oppure quando non ha il coraggio di prenderselo. In questo dipinto oscuro e infernale lascia soprattutto basiti notare la dolcezza della scelta di fare del cinema lo strumento per mettere in connessione esterno e interno. Dalla visione di un VHS uno dei ragazzi decide di darsi un nome, compiendo il primo gesto di autodeterminazione spontanea. Un gesto all’apparenza innocuo e infantile, ma tanto basta per innescare un meccanismo in grado di concepire una via di fuga coerente persino in un contesto così assurdo. Un regalo, un barlume di speranza per la natura umana.

Dogtooth, cinematographe.it

Lo sguardo che osserva questo esperimento sociale è quello di Dio e dello scienziato: onnisciente, spietato, distaccato e freddo al limite del patologico.

In Dogtooth nulla viene omesso, tutto è mostrato, tutto è in campo. Lanthimos basa la costruzione visiva della sua grottesca realtà parallela su dei primi piani e dei piani fissi disturbanti, delle cornici ampie e gelide in cui è possibile ammirare lo spettacolo ossimorico di un inferno alla luce del giorno. Il regista greco pesca da Haneke per raggiungere le vette di estraniazione necessarie all’osservazione critica delle sue cavie, concedendosi delle composizioni e delle atmosfere kubrickiane dove si può osare un accenno di calore, un coinvolgimento del regista, per quello che mostra e, a suo modo, per chi mostra.

Elemento fondamentale per la riuscita della pellicola è infine l’uso dello humor, nero come la pece, sempre presente nel tenere per mano il simbolismo a cui il film si affida per far riflettere chi guarda. Ingrediente di un nichilismo imperante, che fa leva sul ridicolo e sul buffo, caratteristiche tipiche del comportamento umano, in bella mostra anche nelle scelte in grado di cambiare la propria storia.

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