voto del pubblico N/A
voto finale
3.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Arriva come evento speciale nelle sale cinematografiche italiane il 15, 16 e 17 novembre 2021 Django & Django: Sergio Corbucci Unchained, presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il documentario di genere western di Steve Della Casa e Luca Rea (che ne firma anche la regia) si avvale di un irresistibile narratore d’eccezione: Quentin Tarantino. Perché Tarantino si è spesso ispirato per i suoi film alle atmosfere del cinema dell’italiano Sergio Corbucci, “secondo miglior regista di western italiani nel mondo ” per dirla con il regista di Pulp Fiction. Il film è nato da un’idea di Nicoletta Ercole ed è stato prodotto da Nicomax  Cinematografica Srl, R&C Produzioni Srl e Margutta Studios con l’intento di omaggiare il grande regista italiano Sergio Corbucci scomparso nel 1990, ma indubbiamente anche il contemporaneo Quentin Tarantino che racconta invece, con la sensibilità di oggi, una grande stagione del nostro cinema.

La pellicola è divisa in capitoli e comprende anche i contributi di Franco Nero (l’attore prediletto da Corbucci) e di Ruggero Deodato (regista e sceneggiatore italiano che ha lavorato fianco a fianco con Corbucci in ben 13 film).  Django & Django: Sergio Corbucci Unchained è distribuito da Lucky Red.

Django & Django: la classe e la differenza di Sergio Corbucci

Django Sergio Corbucci cinematographe.it

La violenza nella visione del regista di Django, la caratterizzazione dei personaggi e il suo stile cinematografico vengono tutti esplorati nel documentario che lascia comprendere i perché della classe e della differenza apportata nel cinema da Sergio Corbucci. Attraverso le sue straordinarie doti comunicative, Quentin Tarantino fa arrivare al pubblico gli elementi che rendono riconoscibile il cinema di Corbucci. Quentin è il coprotagonista del documentario; con il suo punto di vista riesce a risvegliare la curiosità dello spettatore. Il suo racconto è coinvolgente e ironico. La velocità di eloquio scandisce il ritmo narrativo dell’opera cinematografica che inizia con spezzoni di Once Upon a Time in Hollywood. Marvin Schwarz (Al Pacino) procura a Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) un’opportunità di lavoro nel cinema italiano per girare il nuovo western di Sergio Corbucci. Rick, che non ne capisce assolutamente nulla di western italiani, accetta per i semplici fatti di voler continuare ad avere ruoli da protagonista e di fare soldi. Ma la sua ignoranza viene presto a galla, e gli fa fare una gaffe dietro l’altra: scambia Sergio Corbucci con Sergio Leone e (inconsapevolmente) riferisce a Corbucci di aver odiato un suo film, tutto questo prima di diventare un grande estimatore del lavoro dietro la macchina da presa dell’italiano. Poi, il regista di Kill Bill va a ritroso nell’esplorazione della carriera di Corbucci. E lo fa con un lungo racconto, confessando di aver voluto persino scrivere un libro sul regista italiano. Svela inoltre la sua teoria sui film di Corbucci secondo la quale “tutto nei suoi film riguardava il fascismo”. Svela i sottotesti di alcune pellicole di  Corbucci che ne Gli specialisti (sottogenere revenge movie) diventano testo. “Tutto quello che Corbucci vuole dire sul fascismo lo fa attraverso i suoi cattivi”, aggiunge Tarantino.

Capitolo V: V come violenza

Sergio Corbucci ha creato il western più crudele, “il più pessimista e il più surrealisticamente grottesco” seguendo Quentin che ha cercato di ricreare le atmosfere di Corbucci in alcune sue opere, ad esempio in Django Unchained (2012). Con la connotazione della sua arte che è decisamente violenta, Corbucci oltrepassa il western realistico e arriva ad un’estremizzazione del fumetto attraverso la resa filmica delle qualità dei suoi personaggi. In un’intervista rilasciata sul set di Il grande silenzio lo stesso Corbucci afferma ironicamente: “Ho ucciso più gente di Nerone e Caligola, ma diventa sempre più difficile per me trovare nuovi modi di uccidere”. Nei suoi film i protagonisti affrontano il cattivo senza superpoteri. I personaggi femminili inglobano diversi archetipi, come a voler suggerire che le donne sono complesse. I suoi cowboy western sono film della vendetta. Django (1966) di Sergio Corbucci alla sua uscita fu visto come uno dei film più violenti mai prodotti fino ad allora. La violenza, la crudeltà e il cinismo messi in mostra contribuiranno al suo successo, e a rendere questo film una pietra miliare del western all’italiana. La scena iniziale in cui il protagonista cammina trascinandosi dietro una cassa da morto è oggi l’etichetta migliore del film, mentre il famigerato taglio dell’orecchio è fra gli emblemi del suo cinema della crudeltà. “Il dono ricevuto dal regista di Django – spiega Ruggero Deodato – è quello della crudeltà. La crudeltà me l’ha data tutta Corbucci. Lui era sanguinario”.

Il documentario rievoca gli anni in cui il cinema italiano sapeva parlare a tutto il mondo

In Django & Django si realizza un morbido incastrarsi di ogni pezzo del racconto che riesce a restituire una convincente visione d’insieme che anima lo spettatore, ne eccita l’intelligenza e lo dispone a vive emozioni, anche con gli aneddoti dal set e qualche sfumatura dell’Italia della Dolce Vita degli anni ’60. Ma soprattutto grazie ai contributi di Tarantino (posizionati su un livello più tecnico), di Nero (che evidenziano l’aspetto più politico dei film di Corbucci) e al ricordo di Deodato che sfonda l’attenzione dello spettatore facendo emergere dettagli sul temperamento del regista di Django, sulla sua necessità di sperimentare, e le ragioni di un “cinema della crudeltà” inteso come metafora delle idee che circolavano nell’Italia degli anni Sessanta. Anche allo spettatore meno avvezzo alla cinematografia western arriva “la maniera di vedere il cinema alla Corbucci”. Con le tre testimonianze principali, i materiali d’epoca inediti, le animazioni e alcune scene tratte dai western di Sergio Corbucci (Django, Il grande silenzio, Gli specialisti, Il mercenario, Vamos a matar compañeros, Cosa c’entriamo noi con la rivoluzione?), il documentario rievoca gli anni in cui il cinema italiano sapeva parlare a tutto il mondo. Per gli appassionati, e più in generale per i cinefili, non può che rappresentare una miniera di meraviglie per riscoprire un’epoca e un genere specifico irripetibili.