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Ogni anno, a Illegio (frazione di Tolmezzo, provincia di Udine) accade un miracolo. Un prodigio cresciuto col passare del tempo grazie al passaparola e spesso tutt’ora sconosciuto agli stessi friulani. In quella zona isolata, non di passaggio (“Non si passa per caso per Illegio, bisogna decidere di andarci”), che ha reso la popolazione un po’ restia ai contatti con l’esterno, da 14 anni prende forma e vita una mostra internazionale d’Arte, che espone centinaia di opere provenienti dai musei di tutta Europa. Com’è possibile tutto ciò, da chi e da quale spinta nasce? Dieç – Il miracolo di Illegio di Thomas Turolo ci porta all’interno del piccolo borgo e ci racconta una storia non convenzionale – in modo altrettanto non convenzionale, ibridando documentario e la finzione verso una visione assieme narrativa e contemplativa – attraverso le testimonianze dei numi tutelari della manifestazione (don Alessio e don Angelo) e degli abitanti del pianoro, che si apre all’improvviso dopo aver superato una ripida stradina tagliata nella roccia.

Dieç – Il miracolo di Illegio: storie di (r)esistenza locale

Dieç – Il miracolo di Illegio cinematographe.itAvrebbe potuto essere semplicemente un’opera di cronaca, Dieç, con la rappresentazione più o meno consequenziale dell’allestimento e dello svolgimento della mostra. Un lavoro meramente illustrativo, coi suoi indubbi pregi ma privo di qualsiasi originalità. L’idea di Alessio Geretti, Mirco Mastrorosa, Thomas Turolo e Angelo Zanello è, però, un’altra: dare vita a una sorta di docufiction, in veste di flashback. Si inizia infatti con il trasporto del dipinto La fuga di Troia di Mattia Preti dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini (Roma), e a quel punto a fine film si ritornerà.

Dieç – Il miracolo di Illegio: trailer e locandina dal documentario

Nel mezzo ci sono i racconti di una popolazione (340 abitanti, 46 galline) molto attaccata ai propri valori, la cui giornata è scandita dalla vita di campo, dalla socialità e dal mutuo soccorso reciproco. Ai frammenti dedicati alla barista Paola, al metalmeccanico Marco che si è dato all’agricoltura, al dipendente comunale Dante e all’anziana Maria “memoria storica” del paese, si alternano gli approfondimenti dedicati a don Alessio e a don Angelo, punti di riferimento della comunità arrivati nel 1998 con un preciso intento: accendere i riflettori su Illegio (“l’unico paese che può ospitare una cosa del genere, perché siamo un paese di bizzarri”, come dirà uno dei personaggi interpellati), utilizzando come veicolo una raffinata esposizione di arte sacra, che ha ufficialmente preso il via nel 2004.

Dieç – Il miracolo di Illegio: la giusta distanza, all’incrocio fra tradizione e innovazione

Dieç – Il miracolo di Illegio cinematographe.itTurolo osserva gli illegiani da vicino, invitandoli praticamente a reinterpretare loro stessi. E lo fa – potrebbe sembrare un controsenso, un paradosso, ma non lo è – rispettando i loro spazi e i loro tempi, senza mai influenzare il punto di vista dello spettatore, muovendosi sul crinale della giusta distanza e dell’oggettività. Per il giovane regista udinese, Dieç diventa quasi una pellicola di raccordo che chiude i conti col passato e prepara il campo al futuro, dopo i documentari a tutto tondo (fra cui spicca Ogni singolo giorno, 2014, incentrato sulla Terra dei fuochi) e prima del grande salto verso il cinema di finzione.

In questo disegno sembra assumere un ruolo importante la musica di Virginio Zoccatelli, interessante contrappunto che al contempo si innesta come sottofondo sulle meraviglie del paesaggio carnico – fotografate limpidamente da Federico Annicchiarico – e ci accompagna quasi come un personaggio aggiuntivo in questo sorprendente viaggio di speranza e scoperta. Una presenza non invasiva eppure essenziale, che ci cala con delicatezza nell’atmosfera calma, fiera e volitiva di Illegio.

Dieç – Il miracolo di Illegio: la cultura crea la vita

Dieç – Il miracolo di Illegio cinematographe.itNascosta alla fine dei titoli di coda, quasi invisibile agli occhi come un easter egg o come una scena post-credits, arriva poi una didascalia che contiene di fatto il fine ultimo di Dieç, il suo messaggio. È una frase di Cesare Zavattini, teorico del Neorealismo italiano: “Per me cultura significa creazione di vita”. Ogni anno migliaia di persone (400.000 visitatori, in queste prime 14 edizioni) si spingono fino a Illegio attratte sì dalla cultura, ma anche da tutto ciò che ci gira attorno: l’identità, il coraggio e la bellezza di una comunità. La mostra è come un seme che ha attecchito nel terreno giusto, rendendo intercambiabili Arte ed esistenza.

Mettere da parte la mostra vera e propria, per Turolo e per il suo team, diventa quindi una chiara scelta di campo. Conta, anzitutto, come la quotidianità di tutti si modifichi con l’avvicinarsi dell’evento, come la fatica e il piacere della condivisione portino all’esaltazione e all’arricchimento del fattore umano. Dieç racconta questa storia con uno stile semplice, diretto, rispettoso, privo di personalismi: probabilmente l’unico modo in cui questo miracolo meritava di essere narrato.

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