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Il catalogo Netflix si arricchisce con il primo film filippino originale della piattaforma streaming, Dead Kids. Titolo anglofono, basato su un termine gergale anglofono (i cosiddetti Dead kids sono ragazzi problematici e socialmente emarginati) per un’opera che guarda esplicitamente al cinema occidentale, cercando un non facile compromesso fra thriller e teen drama. Alla regia troviamo Mikhail Red, giovane promessa del cinema filippino con alle spalle già una selezione come candidato del suo paese all’Oscar per il miglior film straniero con la sua opera seconda Birdshot.

Dead Kids: il primo film filippino originale Netflix
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Protagonista del racconto è Mark Sta. Maria (Kelvin Miranda), studente di liceo perdutamente innamorato di una compagna di famiglia molto più abbiente della sua. Mark vive una vita non appagante, frustrato dalla povertà e dalla mancanza di socializzazione. L’occasione per il riscatto arriva quando i suoi compagni Charles Blanco (Vance Larena), Paolo Gabriel (Khalil Ramos) e Gideon Uy (Jan Silverio) gli propongono di organizzare il rapimento di Chuck Santos (Markus Paterson), il bullo della scuola che è sia il rivale sentimentale di Mark, sia il figlio di un importante boss della droga locale.

Pur senza aspettarsi i livelli di Parasite, c’erano dunque ottimi spunti di partenza: la lotta di classe, gli squilibri sociali, il contesto sociale delle Filippine e l’innesto di dinamiche da heist movie sui problemi e le fragilità degli adolescenti. Peccato che il teen drama prenda decisamente il sopravvento su tutto il resto. Dal triangolo amoroso che coinvolge i protagonisti, fino alle ingenuità che i ragazzi compiono nell’organizzazione e nell’esecuzione del rapimento, il punto di vista è sempre troppo adolescenziale per attrarre un pubblico adulto e i vari spunti sociali sono troppo abbozzati per risultare davvero incisivi. A poco servono anche i tentativi di deviare Dead Kids verso il puro genere, con inserti più cupi e violenti.

Dead Kids: un’opera acerba e superficiale

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Tutto questo sarebbe comprensibile e giustificabile se almeno Dead Kids si concentrasse su personaggi veri e tridimensionali, da odiare o comprendere. Anche in questo caso, il lavoro di Mikhail Red e di suo fratello Nikolas (che ha scritto la sceneggiatura) è decisamente acerbo e superficiale. I personaggi risultano poco più che stereotipi appena abbozzati, e nessuno di loro ha un arco evolutivo degno di questo nome. Persino le sequenze ambientate fra i banchi scolastici, che avrebbero dovuto essere terreno fertile per Dead Kids, sono prive della ferocia necessaria.

Il risultato è un’opera piatta e amorfa, né commedia né dramma, che nonostante un buon lavoro dal punto di vista fotografico (notevoli alcune inquadrature nei momenti più controversi del racconto, caratterizzate da toni caldi, torbidi e avvolgenti), non riesce mai a conquistare il cuore e l’attenzione dello spettatore.

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Spiace bocciare un lavoro portato a termine con un budget limitato e da cui traspare chiaramente una viscerale passione per il cinema, soprattutto quello occidentale. La sensazione è che i fratelli Red abbiano preferito uniformarsi su situazioni e dinamiche tipiche del panorama audiovisivo americano, senza padroneggiarle pienamente, invece di rimanere maggiormente ancorati al loro contesto culturale e sociale, cioè il risvolto più interessante di Dead Kids. Pur con tutte le attenuanti del caso, resta quindi la sensazione di aver assistito a una buona occasione sprecata, ma di essere anche di fronte a un talento che con un pizzico di coraggio in più potrebbe regalarci delle soddisfazioni cinefile, dentro e fuori da Netflix.

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