Cyber Hell: indagine su un inferno virtuale – recensione 

La recensione del documentario di Choi Jin-seong sulla caccia alla rete criminale online accusata di sfruttamento sessuale che sconvolse la Corea del Sud. Su Netflix dal 18 Maggio 2022.

Ormai è assodato che la Corea del Sud è divenuto un pozzo inesauribile dal quale Netflix va ad attingere periodicamente per rifornire di prodotti di qualità il proprio catalogo digitale. L’offerta in tal senso non si riduce soltanto a film di finzione e serie, ma ha iniziato ad allargarsi anche al “cinema del reale”, nello specifico a quel filone che tanti consensi in termini di gradimento sta raccogliendo sulle piattaforme, ossia il true crime. Ecco allora abbattersi come un fulmine a ciel sereno sugli schermi del colosso a stelle strisce, che lo ha rilasciato il 18 maggio 2022, Cyber Hell: indagine su un inferno virtuale, il documentario di Choi Jin-seong sul caso che sconvolse il Paese tra il 2018 e il 2020, considerato dall’opinione pubblica come uno dei più terribili crimini digitali commessi in Corea. Si tratta della “N Room”, una rete criminale online accusata di sfruttamento sessuale di teenager (si contano oltre un centinaio di giovani vittime) costrette a caricare contenuti espliciti di loro stesse su chat room di Telegram, con decine di migliaia di utenti disposte a pagare ingenti cifre in criptovalute ai loro gestori per ottenerne l’accesso.

In Cyber Hell: indagine su un inferno virtuale l’autore ci mostra ancora una volta il lato oscuro del web e i suoi effetti collaterali

Cyber Hell cinematographe.it

Quella raccontata dal regista sudcoreano in Cyber Hell: indagine su un inferno virtuale è l’ennesima riprova di come la rete possa diventare una cloaca infetta e nauseabonda a causa di un utilizzo deviato, distorto e malato. Nei 100 e passa minuti a disposizione, l’autore ci mostra ancora una volta il lato oscuro del web e lo fa con un documentario che alla pari di Il truffatore di Tinder, Catfish o Ashley Madison: Sex, Lies and Cyber Attacks lascia profonde cicatrici nella mente e nella retina dello spettatore, chiamato a fare i conti con gli effetti collaterali di un mondo altro al quale appartiene e che un giorno potrebbe colpire direttamente o indirettamente anche lui. Vedere con i propri occhi quanto accaduto alle povere vittime per mano del carnefice di turno in questa odissea virtuale lascia sgomenti. Reazione, questa, resa ancora più dura da digerire e archiviare nel database dei brutti ricordi e delle pagine nere della Storia per il modo senza filtri e peli sulla lingua con il quale Choi Jin-seong ricostruisce l’intera vicenda. In tal senso, una successione di cartelli che precedono l’immersione nell’orrore mettono subito le cose in chiaro, dettando le regole d’ingaggio alle quali il fruitore dovrà sottostare nel corso di una fruizione. Il film contiene descrizioni di abusi sessuali anche su minori che potrebbero turbare degli spettatori. Per proteggere le vittime, foto e video espliciti sono stati ricostruiti, mentre messaggi e luoghi specifici sono stati cambiati. Una serie di accorgimenti che servono giustamente a tutelare i diretti interessanti, ma che non rendono di certo il boccone meno sgradevole, poiché il sapore disgustoso della vicenda resta comunque forte e intenso.

Un true crime da vedere in apnea, con un ritmo incalzante che cambia marcia e passo al racconto

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Motivi sufficienti per sconsigliare la visione a quegli abbonati facilmente suggestionabili o incapaci di reggere il confronto, specialmente quando chi racconta non ha nessuna intenzione di evitare l’impatto. Del resto non è facile per nessuno – e mai lo sarà – sopportare e arginare il carico emotivo che porta il doversi confrontare con temi come quelli trattati in Cyber Hell, a cominciare dalla pedopornografia. Quello che si carica sullo spalle il documentario è un peso specifico non indifferente, un macigno in grado di schiacciare e togliere il respiro. E infatti si assiste in apnea all’intero film, con un ritmo incalzante fatto di accelerazioni e decelerazioni che cambiano marcia e passo al racconto. Un modus operandi che deriva dai lavori di scrittura e messa in quadro approntati dall’autore, mirati alla dinamicità e al coinvolgimento, che ricordano quelli di stimati colleghi del calibro di Kevin Macdonald e Alex Gibney. Come loro il cineasta asiatico fa ampio ricorso alle interviste (a giornalisti della carta stampata che formano la task force, alle vittime, ai testimoni, ai freelance sottocopertura, ai reporter d’inchiesta di emittenti televisive coreane come la SBS e la JTBC, a ispettori di polizia dell’unità informatica, ai legali e agli hacker che hanno dato la caccia agli orchi della rete), a ricostruzioni di fiction, ai materiali di repertorio, a innesti grafici e all’occorrenza a contributi animati, ma sempre tenendo la barra saldamente puntata verso la veridicità dei contenuti che non vengono alterati, tantomeno manipolati. Ecco perché il risultato arriva potente come un pugno assestato alla bocca dello stomaco.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.7

Tags: Netflix

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