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Contromano vede il ritorno di Antonio Albanese alla regia per affrontare il tema attuale dell’immigrazione in Italia attraverso il linguaggio della commedia. Antonio Albanese interpreta Mario Cavallaro, un uomo equilibrato e metodico che ha un negozio di calzature a Milano. Gli affari non vanno benissimo, soprattutto da quando un ragazzo africano ha iniziato a vendere calzini “di Svezia” davanti l’entrata. Quando scopre, inoltre, che il bar storico gestito dal suo amico è stato venduto al kebabbaro di fianco, il protagonista non accetta il cambiamento e decide di intervenire. Chi farà ora il suo marocchino?

L’idea è di riportare il venditore ambulante Oba, interpretato da Alex Fondja, a casa sua perché in Italia non c’è spazio per tutti. Il rapimento però prende una piega inaspettata e proprio quando Mario è sul punto di  fare marcia indietro si unisce la sorella di Oba, Dalida (Aude Legastelois). A lei sembra una buona cosa quella di tornare a casa e si vuole unire a questo viaggio verso il Senegal.

Un film on the road quindi, in cui i personaggi hanno modo di conoscersi meglio e di affrontare le conseguenze delle loro azioni. La posizione di potere si sbilancia facilmente: Mario da artefice diventa vittima perché Dalida ha architettato un altro piano.

Contromano: una commedia divertente e cinica, ma troppo buonista

Il primo atto di Contromano segue un ritmo puntuale, preparando a una commedia divertente e cinica. Smarrisce però la strada perché, innaturalmente, i personaggi si addolciscono, perdono coerenza e si respira un’aria buonista.
Mario perde le staffe e fa un’azione estrema, in linea con il suo carattere passivo, che gli conferisce un aspetto più sinistro. Poi però si ricrede subito, come se tutti i suoi problemi fossero risolti.

Dalida, che invece ha una mente più perversa, lascia intendere che ha pensato a un piano di vendetta più spietato. Con questa pedina in gioco avremmo potuto vedere un colpo di scena forte, in grado di ribaltare la situazione. Invece il soggetto propone una piccola soluzione che non sfrutta la carica di tensione innescata dalla commedia. Il protagonista doveva trovarsi in una situazione completamente ribaltata, invece sono piuttosto i suoi sentimenti a essere feriti e si sfocia nel sentimentalismo. Siamo affezionati a lui e ci fa tenerezza la sua ingenuità, quindi seppure continuiamo a seguire la storia, la comicità l’abbiamo persa.

Poi il secondo colpo di scena arriva quando l’andamento è stato rallentato e non è abbastanza dirompente per risollevare il film che si trascina verso un finale “romantico” e molto consolatorio.
Si evince un’urgenza di affrontare il tema dell’integrazione e di voler proporre una soluzione politica: operare a contatto con il diverso e “andarli ad aiutare a casa loro”. La morale è che il cambiamento fa bene ed è l’unica via per ritrovare il proprio equilibrio. Ma l’intenzione di arrivare alla dimostrazione della tesi ha fatto sì che la scrittura del film venisse sacrificata. In questo modo il genere si è piegato al contenuto perdendo le sue caratteristiche e impoverendo così l’opera. La parte centrale è caratterizzata da ripetizioni (Dalida ribadisce più volte la sua idea nelle medesime modalità).

Contromano e l’urgenza d’integrazione di Antonio Albanese

contromano film cinematographe

Un peccato, dato che i presupposti erano buoni, l’idea di partenza irriverente avrebbe potuto condurre a una black comedy centrata, calzante alla recitazione di Albanese, che cura i dettagli espressivi e lavora sui paradossi e i contrasti.

Nonostante tutto il film riesce a mantenere sempre un equilibrio interno, la fotografia è ben equilibrata, si respira molto e le scene sono costruite con estremo rigore di causa-effetto. C’è anche spazio per la visione registica di Albanese, come il movimento di macchina sulla nave che porta in Senegal dove viene mostrato Mario e Dalida prima riflessi sulla porta e poi per intero davanti al mare.

Se Contromano avesse avuto la possibilità di prendere la propria strada, senza l’obbligo di dover comunicare un messaggio attraverso una forma prestabilita, avrebbe toccato punti più alti. Forse Albanese è stato preoccupato dall’attualità del tema e dal cercare di trattare l’argomento delicato rispettando le diverse culture e le diverse fazioni di pensiero. Il politicamente corretto però non si sposa bene con l’arte che proprio attraverso la finzione riesce a ritrarre la realtà specchiata nel suo paradosso. La comicità vive di questo.

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