GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

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Nel marzo 2005, Cavallerizzo, frazione del comune di Cerzeto, nel cosentino, viene sconquassata da una frana. Le case, evacuate, restano a mucchi a ospitare fantasmi. Ad eccezione di una: quella della signora Liliana, insegnante in pensione, fieramente avvinghiata alla ‘roba’.

Nella sua abitazione, rimasta priva di elettricità, vive con il figlio Raffaele, rivendicando la libertà di non abbandonare ciò che le appartiene. La sua scelta – si tratta di coraggio? Resistenza alle ingiustizie? Cocciutaggine? Intimo, ma poco elaborato, terrore del cambiamento? – apre un vulnus in una comunità piccola, eppure prima d’allora così compatta, unita nella difesa della propria peculiarità culturale: Cavallerizzo, infatti, è stata fondata nel XV da una compagine di Albanesi in fuga dall’oppressione ottomana e i suoi abitanti, ora ‘delocalizzati’ nella cosiddetta new town, conservano tuttora usi, costumi e lingua dei loro antenati.

Cavallerizzo insegue, senza accartocciamenti didascalici, il mistero dell’attaccamento così come incarnato da un’eroina sui generis

Yuri Pirondi e Inês von Bonhorst, registi del film, si sono conosciuti a Londra, dove entrambi hanno studiato, e da anni lavorano insieme.

La coppia di cineasti che dirige il film, Yuri Pirondi e la lusitana Inês von Bonhorst, intendeva realizzare un documentario su una delle numerose minoranze culturali (e linguistiche) italiane, quella arbëreshë, e, quasi per caso, s’imbatte nella signora Liliana. Intorno a lei, al suo carisma a suo modo controverso, si sviluppa, più che un reportage, un racconto di vita che, meritoriamente, non raffredda nella didascalia o nella ricerca di spiegazioni un al di là del senso così come incarnato da questa eroina irriducibile, che sgrida allo stesso modo il figlio cinquantenne, probabilmente affetto da un ritardo cognitivo, perché beve il caffè (“ti fa male! Non ti faccio più girare da solo!”), e il gatto restio a “fare la nanna” a comando.

I compaesani si dividono: molti, come la fornaia, non comprendono la protesta di Liliana; altri, come il pastore, s’astengono dal giudicare “perché ognuno ha le sue lacune”. In fondo, all’implicito interrogativo che sorregge il film – quali sono i segreti moventi di un così prolungato acquartieramento? – è impossibile rispondere perché l’esistenza stessa, nella sua desolazione perfettamente metaforizzata dal paesaggio sventrato di Cavallerizzo, è in sé un continuo strattonamento tra richiamo delle radici e desiderio di disfarsene.

La lotta di Liliana, Antigone anziana, ma irriducibile

Cavallerizzo di Cerzeto, paese arbëreshë di Calabria, è stato colpito da una frana nel 2005 e parzialmente distrutto.

Nella lotta oltranzista di Liliana c’è, forse, la paura che una roccaforte di memorie fragili come Cavallerizzo venga cancellata e, nell’oblio, perduta la testimonianza di una radicale differenza – quella degli Albanesi trapiantati in Italia – oppure, in uno sguardo più lucido, il grido d’aiuto di un’Antigone anziana, ma affatto stanca, che inconsciamente ‘difende’ la famiglia d’origine di fronte alla minaccia dell’estraneo, l’oggetto edipico originario dal suo sostituto: non è un caso che il marito e la figlia della signora hanno scelto di abbandonare la casa e di rifarsi una vita altrove.

Cavallerizzo si offre, così, allo spettatore, come un film fecondo nelle sue diverse possibilità di lettura, mai forzatamente suggerite, e vitalissimo, pur nella riflessione su cui si incardina: un’indagine sulle ragioni della conservazione a dispetto di quelle della rigenerazione. È un’opera di grande equilibrio tra istanze estetiche e ambizioni narrative, poetica nell’andamento tonale e, pertanto, rispettosa e quasi ammirata nei confronti di tutte le misteriose accensioni che rendono l’umanità, anche quella più semplice, insolubile enigma.