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Un madre single bulgara, il suo bambino, l’appartamento in cui vivono nella zona residenziale di Londra e il gatto, sono gli elementi su cui si costruisce Cat in the Wall il primo lungometraggio di finzione di Mina Mileva e Vesela Kazakova – in concorso nella competizione ufficiale al Locarno Film Festival – che è parte del progetto Trieste Film Festival in Tour, ideato dal Trieste Film Festival e da Lo Scrittoio.

Cat in the wall_Cinematographe.itCat in the Wall: Irina, Jojo e Vlado, una famiglia speciale

Ispirato a fatti reali, Cat in the Wall racconta la storia di Irina (Irina Atanasova), la protagonista, che vive in una zona residenziale di Londra con il figlio piccolo Jojo (Orlin Asenov) e il fratello Vlado (Angel Genov). Mentre loro sono proprietari dell’appartamento gli altri condomini no, questo è il fulcro della questione, si fa elemento determinante.  Irina nella sua terra d’origine è laureata in architettura e ha esercitato ma, a Londra, mette da parte il suo sogno e lavora in un bar, il fratello è laureato in storia in Bulgaria, ma per sopravvivere installa antenne TV per 35 sterline al giorno; è chiaro che per loro la vita non è facile, c’è la realtà che scuote le loro esistenze con le sue durezze e le sue urgenze.

Irina, Vlado e Jojo vivono, sopravvivono alle giornate, si sono creati un piccolo mondo di cui sono i protagonisti: Irina torna dopo una giornata di lavoro e si arrabbia per la confusione lasciata dai due uomini di casa, lo zio e il nipote si rincorrono, giocano nei corridoi del palazzo in cui abitano, hanno trasformato l’appartamento un po’ triste in un nido profondamente intimo. Elemento che fa da trait d’union è il dolce gatto che unisce le vite di tutti gli abitanti di quel luogo; è una sorta di spettatore – lui osserva le vite degli altri -, di portatore di felicità – tutti lo vogliono nelle loro vite sia Irina ma anche la famiglia di Debby che lo ospitava prima. Quando l’animale incrocia Irina succede qualcosa; la donna stanca dal lavoro e anche forse un po’ triste e arrabbiata per i problemi giornalieri, diventa “amica” di quel micio che sembra aspettare proprio lei. Oro, questo è il nome del gatto pensato dal piccolo, dolce Jojo, entra nella loro casa.

Un gatto per migliorare la vita

L’adozione di Oro da parte di Irina è un punto centrale del film, da una parte perché sembra dire che per la sua famiglia un momento di felicità è possibile, che, dopo tanti problemi, esiste uno spiraglio di luce, dall’altra perché quel gatto diventa focolaio di una guerra con i vicini: il gatto è il loro e lo rivogliono, non solo e non tanto per amore quanto perché non vogliono lasciarlo a degli stranieri. Oro accende la miccia dello scontro: se gli autoctoni vivono di sussidi statali sufficienti a permettere loro di “stare sul divano e fumare” – dice la protagonista in più di un’occasione -, ci sono Irina e Vlado che invece lavorano, si spendono a fare qualunque tipo di professione tanto che la donna dice: “Non sono venuta qui per essere una sanguisuga”. Tutto ciò che fa Irina lo fa per Jojo, per dargli una possibilità di un futuro ma non è poi così facile sopravvivere in quel palazzo, in quelle strade, in quel mondo.

I due fratelli sono costretti a litigare per il gatto – pretesto per gettarsi addosso ogni parola ostile e ogni accusa – che, ad un certo punto, si nasconde nel muro dietro al frigorifero, situazione che è metaforica della “prigione” in cui si trovano tutti i personaggi di questo film, nascosti nei propri appartamenti, in quelle quattro mura, e quando escono da lì trovano un mondo spesso crudele. Sono i bambini le vittime di questa guerra tra “poveri” che assistono, impotenti e spaventati, allo scontro tra urla, critiche, invettive: Jojo e Phobe hanno paura e piangono. I due figli, di due nuclei diversi, hanno le stesse reazioni, la stessa emotività di bambini; i loro volti sono rigati dalle lacrime dei più piccoli – quando pensano di perdere Oro entrambi i loro visi sono segnati dallo stesso dolore, dalla stessa disperazione – che sono distanti dalle differenze dei più grandi.

I protagonisti hanno a che fare con personaggi che soffrono molto più di loro e a poco a poco emergono le vite degli altri. Debby (Gilda Waugh), la cui nipote, Phobe, è la precedente padrona del gatto del titolo, è il simbolo del dramma che vivono gli abitanti di quel palazzo. Quando Irina per parlare del gatto va a casa sua scopre una realtà dura. Una di fronte all’altra le donne parlano, si confidano e Irina comprende la verità: nonostante tutto lei e la sua famiglia sono fortunati – almeno fino a quel momento. La depressione, gli stupri nei parchi, la solitudine, la droga sono destini cupi e sfortunati di persone come Debby e dopo quell’incontro Irina capisce non solo del dramma di quelle famiglie ma anche che quel gatto è uno dei pochi doni che Debby e i suoi hanno avuto.

Cat in the wall_Cinematographe.itCat in the Wall: tra gentrificazione e Brexit

Cat in the Wall è un film che affronta due tematiche fondamentali intorno alle quali l’opera si costruisce: le case popolari che sono sottoposte alla gentrificazione e la Brexit – il gatto intrappolato dentro il muro è metafora anche della condizione inglese rispetto all’Europa in questi anni -, argomenti importanti che inevitabilmente cambiano la vita dei personaggi. Irina è un’immigrata istruita e quindi sa giudicare sia il luogo da dove è partita sia il luogo dove vive. Lei e Vlado litigano con i vicini, il loro contraltare, criticano gli altri: Irina è sempre più delusa dal fatto che il suo Paese d’adozione non considera la sua esperienza, anzi la svaluta e quindi è costretta ad accettare qualunque tipo di lavoro.

Nonostante questi problemi, Irina rimane perché ha un figlio, perché vuole dargli la possibilità di credere nel futuro, lei ha la stessa cura che ha Debby per la sua famiglia.

Cat in the wall_Cinematographe.itUno stile asciutto per raccontare la storia di Irina

Cat in the Wall è un film di denuncia sincero in cui si sente l’eco del cinema di Ken Loach. Racconta una storia vera  che arriva al pubblico soprattutto quando parla di Irina, quando mostra l’umanità dei suoi protagonisti, quando porta a galla le esistenze di questi uomini e di queste donne che sono, sotto lo strato superficiale, molto più simili di quanto si possa immaginare. Le due registe hanno uno sguardo documentaristico, per questo asciutto, rigoroso anche nei momenti di massima tensione che forse avrebbero bisogno di maggior empatia.

Cat in the Wall ci lascia con l’amaro in bocca nel finale, nel momento in cui ogni cosa deflagra.

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