Venezia80 – Casablanca: recensione del film di Adriano Valerio

Alle Giornate degli autori, un documentario di Adriano Valerio scrive plasticamente l'ineffabilità del legame tra un immigrato marocchino in attesa di visto per cure mediche e un'ex tossicodipendente dall'emotività disordinata.

Casablanca parla al pubblico di un corpo che si fa mistero, rivelando d’un tratto, le ammaccature invisibili accumulate senza accorgersene: il tempo che striscia sinuoso come una biscia, e sempre sfugge anche quando sembra avvolgere; i traumi psichici; l’indifferenza degli altri. Il cinema è un’arte di saldatura, fa da ponte tra letteratura e discipline figurative: l’immagine racchiusa nella parola e nei suoi concatenamenti diventa concreta, la possiamo vedere, ha una sua consistenza definitiva, non più raffigurabile, ma raffigurata. Non più prigioniera della dimensione dell’immaginabile e del possibile, bensì libera in quella del reale, di un reale plasmato, fisico.

Casablanca: il film, evoluzione di un cortometraggio realizzato in passato, segue Foaud e Daniela tra la città marocchina, l’Umbria e Parigi per raccontarne l’incontro di due solitudini

Adriano Valerio, cineasta quarantenne nato a Milano ma residente a Parigi per ragioni di lavoro, nel suo film Casablanca – titolo antifrastico e per questo intelligente nel suo richiamo al romance leggendario di Humprey Bogart e Ingrid Bergman, un romance qui radicalmente ribaltato –, si fida dell’immagine, della sua potenza averbale, e da quella parte per universalizzare il suo racconto, per tradurre la bellezza di una parabola amorosa anomala in dettato visivo: la sua è un’indagine per emanazione estetica, più che per sviluppo narrativo, intorno al legame di un uomo e una donna alienati rispetto a una società alla quale, per motivi differenti, non possono aderire, ma non rispetto a sé stessi e alla loro determinazione di vita e di condivisione delle sue occasioni di sollievo. Sorprende l’intelligenza e la sensibilità dell’uomo, Fouad, marocchino di Casablanca, la sua capacità di ragionare su ciò che gli accade e di trovare nella singolarità della sua vicenda la costante che lo affratella agli altri, che riconduce la sua storia a una trama superiore di destini incrociati, a quell’intelaiatura che impedisce, per la natura delle cose umane, che un individuo sia uguale a un altro e ugualmente che gli sia fino in fondo diverso.

Fouad riflette sulle conseguenze della mancata concessione del permesso di soggiorno, un documento che attende per potersi curare in Italia, dove pure illegalmente vive da dieci anni: il punto della questione, spiega dolcemente a Daniela, la sua sposa, una donna che ha sofferto per una lunga tossicodipendenza e per la difficoltà di arginare la propria emotività, è non tanto avere un lasciapassare, ma la certezza di non continuare a sopravvivere nella sospensione, di cominciare prima possibile la ricerca di un proprio posto, un luogo fisico, ma anche sentimentale, una dimensione di avventura e di affermazione, l’opportunità di sentirsi vivi individuandosi nelle infinite possibilità del mondo, scegliendo la propria, attraversandola, escludendo tutte le altre.

Quando si gira intorno in uno spazio senza varchi, senza vie di apertura e di fuga, si finisce per collassare al centro“: la riflessività del personaggio solleva Casablanca dalla sua documentarietà per lanciarlo nell’orizzonte del mito e del simbolo, spogliandolo così dell’impegno a scadenza di testimoniare il presente. La stagnazione sperimentata da Fouad, la sua insoddisfazione per la condizione di ‘straniero’ camusianamente inteso – chi osserva, e non partecipa, escluso dai giochi della vita, mai protagonista della sua esistenza – sono sentimenti che l’uomo riesce a verbalizzare e che sono comuni a tanti, rappresentano il contrassegno di questo nostro tempo sociologico: che sia per l’incombenza di un futuro che non si può più scrivere o pensare diverso o per l’assenza di una possibilità di pensarsi nel futuro perché incastrati in un eterno presente d’attesa, il non luogo che devitalizza la vita esteriore di Fouad, ma niente affatto la sua vita interiore, è la stessa atopia per cui oggi, forse, i più giovani manifestano un malessere tanto pervasivo.

Valutazione e recensione

Casablanca procede per pedinamenti, per acquattamenti in attesa di manifestazioni somatiche o visive di qualcosa di trascendente: segue le tracce di due solitudini scritte nei corpi dei suoi protagonisti o nell’isola che abitano insieme, uno spazio più simbolico che effettivo: le dita nodose di Fouad che, nel ripassare i versetti del Corano, tenere per il collo una birra o avvicinare alla bocca una sigaretta, raccontano una diversità accolta profondamente, non combattuta né negata; le labbra sottili su cui Daniela permette a Fouad di stendere il rossetto e su cui poi, sola a Parigi, ritorna lei stessa quasi con furia, come a rimarcare che, entro i contorni di quelle labbra, all’interno di quella sagoma, c’è confinata una memoria d’amore che, seppure non erotica, seppure non mediata dal bacio sessuale, ha un suo valore paradigmatico, metaforizza l’ordinaria straordinarietà della vicinanza nell’assenza.

Casablanca, le cui prime riprese sono state effettuate nel 2016, si sviluppa tra la capitale economica del Marocco, la città del titolo a cui Fouad infine ritorna, gioiosamente riaccolto dalla sua famiglia e da una comunità in cui chiedere all’altro “che cosa hai fatto di te e cosa ne stai facendo” sembra essere ancora la prima preoccupazione, la cittadina umbra in cui Daniela e Fouad si sono conosciuti e hanno vissuto col loro gatto, Parigi: in questo dedalo di geografie che fanno da teatro all’enquête dei due protagonisti ‘erranti’ la macchina da presa s’insinua per fermare, attraverso il taglio di un montaggio che ha attribuito un significato alla mole di girato raccolto in anni, i momenti più rappresentativi di un nucleo affettivo che ai più potrà sembrare anomalo ma che, come canta Caterina Caselli nelle battute di coda, nessuno può giudicare. Casablanca è un film sontuoso dal punto di vista visivo, calcolatamente poco scritto ma ugualmente affilato nella scrittura scarna, fitto di suggestioni sinestetiche: la corona di luci elettriche che cinge il collo del gatto di Daniela e Fouad sintonizza un motivo elettronico per percuotere la fissità della notte, mentre la sfilata assolata di tetti marocchini pieni di parabole, dai cui cortili interni s’inerpica la luce bianca e rotonda del Mediterraneo, stabilisce un efficace contrappunto con un pezzo rap che, rapinoso nel ritmo, pure ci invita a meditare le sue parole piene.

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Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 5
Sonoro - 5
Emozione - 3.5

3.9