voto del pubblico 4.0/5
voto finale 2.3/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Una scelta coraggiosa, un’onda d’urto radicale e radicata quella che João Paulo Miranda Maria afferma con il suo lungometraggio d’esordio Casa de antiguidades, presentato nella trentottesima edizione del Torino Film Festival. Attraverso la figura di Antonio Pitanga (l’attore interpretò una parte in La parola data (O pagador de promessas) di Anselmo Duarte, l’unico film brasiliano ad ottenere la Palma d’Oro nel 1962) il regista mira a sconvolgere visivamente la platea elevando Cristovam a bandiera di una generazione, un uomo costretto ad abbandonare la propria terra e a rifugiarsi in una dimensione globalizzata che annienta il demone della memoria culturale. Ispirato dal cinema documentaristico brasiliano e dai film d’avanguardia degli Anni ’20 João Paulo Miranda Maria ambisce ad un cinema differente che dialoghi con il presente nell’ottica di un’intesa solidale con il passato, un cinema che, come quello di Antonioni o Pasolini, provochi per trasformare.

L’idea di portare sullo schermo la condizione critica del Brasile odierno, svilito e umiliato, spinto a rinnegare le proprie origini sotto l’egida di una colonizzazione globale, trae origine dal desiderio del regista di esibire l’arte al servizio della Resistenza, in un confronto che si materializza visivamente nel contrasto duale, dimensionale e cromatico, che attraversa semanticamente la pellicola: la tradizione folkloristica brasiliana, i colori vividi, le danze energiche, gli impulsi animaleschi da un lato e il bianco sovraesposto, sterile e abbagliante dall’altro, metafora di un livellamento culturale tomba dell’identità.

Casa de Antiguidades: la voce di Cristovam nella metamorfosi animalesca dell’essere umano

Sono un bravo mandriano, vengo dal Sertão de Cariri dove non ho un padrone, catturo i tori nei boschi, dove ci sono i miserabili. E nella parte bassa del Jurema, placherò il mio cuore“.

Cristovam (Antonio Pitanga) è un uomo di colore originario del Nord del Brasile, obbligato dalla miseria ad emigrare verso il Sud del paese in un’ex colonia austriaca benestante. Qui l’anziano trova rifugio in una casa abbandonata di cui si prende cura nell’amara e silenziosa solitudine, circondato dal solo affetto di un cane preso di mira e seviziato da alcuni ragazzi bianchi della zona, metafora della disumana barbarie che anima il pregiudizio razziale della supremazia bianca. Nel caseificio Kainz dove lavora, una macchina produttiva alienante gestita da dirigenti austriaci, emerge con un’incredibile forza visiva il tentativo di predare ogni esistenza sotto il dominio bianco, silenziare la tradizione per domare e reprimere il “mostro” e i suoi riti, arginare il potenziale germe reazionario e la sua minaccia all’ordine costituito.

È nella sua Casa de antiguidades, anello di congiunzione dei mondi che abita, che Cristovam compie la sua trasformazione: un terreno di elevazione animica e fisica quello in cui l’eroe si sacrifica nella strenua difesa di una culla culturale soppressa e rinnegata. La passività, il silenzio, la rassegnazione di Cristovam esplodono in canti e danze ferine, il corpo e l’istinto dominano la mente nel susseguirsi di atmosfere lugubri e selvagge esaltate da una costruzione onirica che il regista adopera per sedurre lo spettatore. Il viaggio narrativo di Cristovam è un νόστος, un epico ritorno dell’eroe a casa, una regressione all’indole primordiale dell’uomo ritratto nel contratto rinnovato con la sua natura bestiale.

L’onirismo di Maria è un’estasi irruente che esaspera la visione 

Indomabile, nell’intento e nella resa. Casa de antiguidades procede per immagini travolgenti e vigorose che disorientano lo spettatore deviandone l’attenzione dalla delicata tematica affrontata. Un susseguirsi di icone, visioni, simboli liberati sullo schermo, con un realismo violento e primitivo, conferma del potere della memoria e della sua intrinseca capacità di riemergere con forza.

Maria non è condiscendente e non edulcora il risentimento e il disgusto nei confronti dell’omologazione, naturale decorso delle nuove generazioni dimentiche delle proprie origini. L’incredibile e acuta fotografia di Benjamín Echazarreta anticipa come un canto tribale l’hora de rezar, l’atto finale in cui i timori ancestrali, i rituali sacrificali, gli istinti sedati della collettività oppressa acquistano voce nell’estrema collisione con un mondo contaminato e inospitale.