Venezia 75 – Camorra: recensione del documentario di Francesco Patierno

Camorra è un atto d'accusa spietato e diretto. Un film documentario antico e attualissimo al contempo, che non offre calore o speranza. Camorra dà una frustata e un monito allo spettatore, complice se indifferente, complice se ignorante.

La parola Camorra ancora oggi divide gli studiosi sulla sua etimologia. Secondo alcuni il significato del vocabolo sarebbe da rilevare nell’uso comune del parlato, per il quale “Far la Camorra” significherebbe usare violenza arbitraria.
Saviano nel suo celebre libro ha abbracciato quella di Massimo Pittau, la più condivisa, per la quale tutto sta in relazione alla antica città biblica di Gomorra, tempi del malaffare e della malavita; tuttavia linguisti e luminari hanno di volta in volta citato riferimenti a mercenari sardi, bische del XVII secolo, gamblers campani.
Il bel documentario di Francesco Patierno però, si sofferma su ciò che Camorra ha significato per Napoli e i territori limitrofi a partire dagli anni sessanta, dall’emergere del dramma occupazionale, umano, culturale che creò le basi per un fenomeno criminale che dagli novanta fino ad oggi ha prodotto una delle realtà criminali più feroci del pianeta.
Patierno lo fa mostrandoci immagini, suoni e voci della città partenopea raccolte dalle cineteche della Rai, guidandoci nei vicoli, nelle misere stanze divise in 12, tra gli scugnizzi di strada e i contrabbandieri di una città che è morte e amore, luce e tenebra, solidarietà e spietatezza ai massimi livelli.

Camorra è monito, monumento alla nostra insufficienza in qualità di cittadini, parte di un Paese che non sa curare i propri mali, solo peggiorarli, renderli ancora di più palesemente osceni, che ha visto i piccoli trafficanti di sigarette diventare, dopo 30-40 anni, imperatori della droga, del traffico di rifiuti e migranti, piccoli virus diventati tumori sull’onda di una politica lassista, di uno Stato complice, di una mancanza di cultura lasciata crescere fino a diventare radicata in quel sud che è caso unico nel panorama europeo.
Le immagini sfocate, dal bianco e nero passano ai colori, mostrano un evolversi di abiti, pettinature, musiche ed il perdurare, osceno e sconcio, di una tolleranza verso il crimine da parte di una politica incapace di creare un’alternativa, di dare qualcosa di diverso a quartieri, famiglie, che per non morire di fame erano costrette a darsi al delinquere.
Allacciato ai nostri giorni dalle musiche di Meg, Camorra lo è anche grazie alla consapevolezza di origine soprattutto Saviniana, dell’emergenza, dello sfascio sociale e non solo di quell’angolo di sud che ha ben poco da invidiare alla Jungle di Los Angeles o alla Detroit dei nostri giorni.

Camorra: il film documentario di Francesco Patierno  si erge a monumento delle nostre mancanze come cittadini

Camorra Cinematographe.it

Atto d’accusa straordinario, documentario prezioso e ottimamente montato, Camorra ci mostra dal basso, dal quotidiano, guidandoci tra i “fanti” i “sacrificabili” del mondo partenopeo, usando le loro voci, il loro sorrisi sdentati, le voci rotte da una disperazione ormai accettata, per farci comprendere cosa ha voluto dire lasciare nell’agonia un popolo per quasi due secoli.
Diretto, spietato, colmo di un uso frequente di flashback e flashforward che agganciano e rimandano alla grande giostra della storia, delle epoche e dei decenni, che ci guidano in un percorso di memoria ritrovata, il documentario di Patierno può scoraggiare, può anche risultare in ultima analisi deprimente, ma mira a risvegliare le coscienze, a farci sentire responsabili di questo scempio a lungo trascurato, monito a chi liquida la criminalità camorristica come mero fatto culturale e regionalistico, ignorando quanto invece esso sia specchio ed immagine di quello scarso senso dello Stato che Montanelli causticamente ricordava essere un tipico prodotto italico, non meridionale.

Camorra: un atto d’accusa straordinario

Cupo, presago di morte, sofferenza, Camorra ci mostra anche la tipica ironia napoletana sotto un’altra luce: quella dell’alienazione, della sopravvivenza alla sofferenza interiore e materiale, ad ancora di salvataggio per chi non avendo più lacrime per piangere può in fin dei conti provare a ridere della propria disgrazia.
Antico ed assieme attualissimo, non offre calore o speranza, è frustata e monito allo spettatore, complice se indifferente, complice se ignorante.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.4