Bugonia: recensione del film di Yorgos Lanthimos, da Venezia 82

È dal 2023 che Yorgos Lanthimos torna ogni anno con un nuovo film: con Povere creature, presentato all’80ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, con Kind of Kindness, presentato al 77º Festival di Cannes, fino a Bugonia, datato 2025. In concorso all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Bugonia segna inoltre la quarta collaborazione con Emma Stone, un sodalizio con l’attrice che si è rivelato sempre vincente. Lanthimos torna poi a lavorare anche con Jesse Plemons, con l’aggiunta al cast di Aidan Delbis, Stavros Halkias e Alicia Silverstone. Bugonia inizia con il rapimento del capo di una multinazionale – ente di collocamento famoso e rinomato – Michelle Fuller, volto di Emma Stone, da parte di Teddy, interpretato da Jesse Plemons e Don, volto di Aidan Delbis, entrambi convinti che Michelle Fuller non sia umana, ma un alieno inviato sulla Terra per soggiogare gli esseri umani.

Bugonia e l’intrepida rappresentazione del mondo

Bugonia

Bugonia, remake del film sudcoreano di Jang Joon-hwan, è una commedia dalle tinte horror e sci-fi, un viaggio all’interno di una mente contorta e perversa. Un’illusione ingannevole che nell’immaginario trova la tangibilità di un mondo che è senza speranza. Tutto parte da un rapimento che appare dettato da una profonda differenza di classe. Generatrice di una rabbia e un odio verso chi, con l’avvento della tecnologia, ha annientato senza risoluzioni i settori che sostentavano le vite dei meno abbienti. Un racconto di detenzione che raggiunge continui picchi d’inquietudine e angoscia, accelerando un ritmo  abilmente anomalo, come solo Lanthimos sa fare. Una storia che si trasforma, che infonde il dubbio  sciogliendolo, suscitandolo poi nuovamente. Proprio quando la direzione della trama sembrava presa e definita.

Nella filmografia di Lanthimos, Bugonia può essere descritto come il suo lavoro più particolare: un perpetuo e costante cambio di registro, un’attualità futuristica e un realismo visionario. Dove la sfera onirica non ha nulla di poetico o romantico: quello che vive nei ricordi e nelle allucinazioni di un protagonista magistralmente interpretato da Jesse Plemons è crudo e pungente. Doloroso nella sofferenza che esprime, nella solitudine che ha provocato e glaciale nel bianco e nero che compare all’improvviso. Il Teddy di Plemons è un uomo folle, inadeguato e maldestro, capace di essere terribilmente aggressivo e paradossalmente tenero. La sua ossessione diventata maniacale e le teorie del complotto alla base del proprio obiettivo lo assillano incessantemente. La convinzione del personaggio di Teddy, di avere poco tempo per tentare di sopravvivere, è solo uno degli ambiti esplorati nel film di Lanthimos.

L’umanità devastante è cara a Yorgos Lanthimos

Bugonia

Da sci-fi alla critica sociale, da un’umanità senza speranza alla passione sfrenata per un ideale di fantascienza che si rivela il migliore dei mondi possibili. In Bugonia non è mai detta l’ultima parola. Come la figura di Plemons anche la Michelle Fuller di Emma Stone potrebbe essere una vittima ignara e indifesa; capro espiatorio di una certezza insensata. Ormai maturata in una psiche fragile e segnata da tragedia inimmaginabili. Ma potrebbe anche essere l’anima più diabolica e indifferente, involucro sublime ed elegante di uno spirito infernale. Tutto è doppio in Bugonia, e tutto ciò che può divertire nella commedia, può anche essere l’amara verità nel dramma. Una tagliente e sarcastica metafora che nella fantascienza vede il più lontano disegno di un futuro del quale si è all’oscuro. E l’unica ipotesi plausibile è quella di un pianeta sempre più a rischio, capace di autodistruggersi.

Bugonia: valutazione e conclusione

Bugonia è un film agrodolce, dove nella prima metà abbondano riprese dall’alto e totali, volti a mostrare l’ampiezza inquantificabile di edifici e spazi all’avanguardia. Asettici e moderni, curati e freddi. Ecco che la fotografia è la rappresentazione di un futuro cupo, apatico e distaccato, ma al tempo stesso anche ricercato, chic e sofisticato. Sofisticato proprio come è Bugonia, che nelle distopie fantasmagoriche riesce a sorprendere, a insistere su sequenze che cambiano di significato nel loro susseguirsi scena dopo scena. La regia si concentra così, nella seconda parte, sui volti di un cast straordinario, dando poco materiale a una sceneggiatura al quale sono affidati cenni, mai didascalici, di un passato tormentato e forse qualche chiarimento su quella che sarà una conclusione silenziosa e disperata. Anche se il plot di Bugonia non è poi così originale, Lanthimos continua ad essere un regista che sa sempre come conquistare il proprio pubblico.

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Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.4