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Diretto e sceneggiato da Ryan Coogler (Creed – Nato per CombattereProssima fermata Fruitvale Station) arriva il 14 febbraio sui nostri schermi il 18º lungometraggio del Marvel Cinematic Universe: Black Panther. Iter lungo e complesso quello del film su uno dei supereroi più amati negli Stati Uniti e non solo, primo personaggio di colore dell’universo Marvel ad ascendere a ruolo di protagonista assoluto e non più di comprimario o macchietta, grazie a quel complesso mix di ribellione e lotta per i diritti civili che attraversarono come un fiume in piena gli anni sessanta.

In origine, infatti, era stato Wesley Snipes (nel 1992) a voler interpretare il personaggio, ma poi il progetto era stato accantonato e messo in naftalina per anni, fino al 2007, quando una lunga schiera di sceneggiatori e produttori si era alternata nel proporre uno script che fosse all’altezza di un eroe che sovente è stato paragonato al Batman della DC, non tanto per il costume o lo stile di combattimento, ma sopratutto per l’essere un uomo incredibilmente ricco, potente, intelligente e abile che ha messo tutto ciò al servizio dell’umanità. E per interpretare il Re e guardiano del misterioso e potente regno del Wakanda Re T’Challa in Black Panther, la Marvel ha scelto, nel 2014, Chadwick Boseman, mostrandolo per la prima volta al mondo in quel Captain America: Civil War che ancora oggi molti ritengono uno dei capolavori del MCU.

Black Panther: il nuovo film Marvel segna il trionfo del blaxploitation

La trama fa partire tutto proprio dopo gli eventi successivi a Civil War, con T’Challa che ha perso il padre T’Chaka (John Kani) ed è ora chiamato a prendere le redini di un Wakanda a metà tra la fantascienza e l’impero Mali del Principe medievale Sundjata Keïta. Ad accoglierlo trova la madre Ramonda (Angela Bassett) e l’impertinente quanto geniale sorella Shuri (Letitia Wright), a guardargli le spalle è la sua fedele e scontrosa generalessa Okoye (Danai Gurira, la Michonne di The Walking Dead), l’ex fidanzata e valorosa soldatessa Nakia (Lupita Nyong’o, premio Oscar per 12 anni schiavo), il saggio consigliere Zuri (Forest Whitaker) e l’amico e vassallo W’Kabi (Daniel Kaluuya, protagonista dell’acclamato Get Out). Wakanda però, nonostante il suo isolamento, è tutt’altro che al sicuro, dal momento che il vibranio, il potente e prezioso minerale alla base della sua secolare fortuna, è nel mirino dello spietato mercante d’armi Ulysses Klaue (Andy Serkis) che già avevamo conosciuto in Avengers – The Age of Ultron. Affianco a Klaue si muove silenzioso ma letalmente misterioso Erik Killmonger (Michael B. Jordan) che nasconde dentro di sé un segreto in grado di sconvolgere tutto ciò che T’Challa è convinto di sapere su di sé, la sua famiglia e il suo regno. In breve Wakanda e i suoi protagonisti saranno sconvolti da uno scontro pieno di incognite. Il tutto mentre l’ambiguo agente della CIA Everett Ross (Martin Freeman) gioca una partita tutta sua…

Black Panther è stato preparato per essere il trionfo del concetto di “blaxploitation” applicato al MCU, una summa dell’identità africana in ogni ambito, reale o immaginifico, dal cast, alla regia, ma con il fine di essere accessibile, invitante e di coinvolgere tutto il pubblico in un viaggio fantasioso e avvincente, rendendo accattivanti personaggi tra i più rivoluzionari ed eterogenei mai creati da Stan Lee e Jack Kirby.

Black Panther cinematographe

Ebbene, a parer nostro Black Panther rappresenta un notevolissimo passo indietro per la Marvel.

Non un fallimento, sia chiaro, ma di certo è un film che non convince sotto molti aspetti, pagando il prezzo di una sceneggiatura (firmata sia da Coogler che da Joe Robert Cole) coraggiosa ma discontinua, che va molto ad intermittenza. Il film di Coogler infatti parte in modo abbastanza fiacco, se non proprio bolso, introducendo il personaggio senza grande pathos ed energia, idem per questo suo misterioso regno avvolto in un isolazionismo secolare, che grazie al prezioso vibranio ha raggiunto vette di eccellenza in ogni aspetto. Poi si risolleva nella parte centrale, a tratti comunque incespica, infine sprofonda mestamente nel finale. La bellissima fotografia di Rachel Morrison (premio Oscar l’anno scorso per Modbund), l’ottima colonna sonora di Ludwig Göransson (anche lui come Micheal B. Jordan “aficionado” di Coogler), vengono vanificate da un montaggio di Michael P. Shawver e di Claudia Castello confuso e a tratti veramente irritante.

Ma è sopratutto il connubio tra la pigra regia e la sceneggiatura il tallone d’Achille di Black Panther, che doveva e poteva avere il pregio di prendere meno sul serio i dialoghi, la retorica, il trionfalismo, che odora di presunzione ed autocompiacimento in ogni secondo, in ogni istante, specchiandosi in modo pacchiano e arrogante nella presunzione di sentirsi capolavoro, quando nessun film e nessun regista può arrogarsi tale merito in partenza. Chiariamoci, non stiamo parlando di un cinepanettone fumettaro come in Thor Ragnarok, ma piuttosto dell’altra faccia della medaglia, di un film narciso, retorico e buonista, in cui ogni dialogo è esasperato, in cui la linea recitativa insegue senza raggiungere la sacralità shakespeariana od omerica, ma che in certi momenti diventa quasi auto-parodia in stile Dallas o Beautiful.

Black Panther: un film che ha anche dei pregi

E lo diciamo con grande rammarico, perché in realtà di cose buone in Black Panther ce ne sono: prima tra tutte il coraggio da parte di Coogler di aver concepito un film che affronta e sviluppa tematiche contemporanee e profonde, attuali. Il razzismo, la povertà nel mondo, i profughi, il concetto di responsabilità politica, quello di colpa e sopratutto l’aver voluto togliere la sacralità alla figura del leader, mostrando come sovente questi si trovi a creare mali minori per evitarne in teoria di peggiori. Peccato che spesso, come scriveva Shakespeare, “Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”.

Nelle tematiche proposte e nell’interpretazione di un Micheal B. Jordan furente e dolente, nel creare il percorso di un T’Challa (a cui forse la faccia da bravo ragazzo di Boseman non dona molto) che ama e odia il padre, da cui si sente schiacciato, nello sviluppare e decostruire il tema della vendetta… ecco in queste parti, in alcune sequenze, Black Panther spicca il volo, veramente si avvicina a Shakespeare, ad Omero o Alexandre Dumas. Ma lo fa sopratutto grazie a Michael B. Jordan, al suo essere più un maledetto, un reietto che un vero cattivo, al suo avere ragione nella teoria ma non nella pratica. Peccato che anche qui alla fin fine venga ridotto sovente ad una sorta di villain gangstar buono si e no per un Fast & Furious o un xXx, sopratutto nell’orrido finale.

Black Panther cinematographe

Inoltre, mentre in Civil War o Winter Soldier tutto ciò era sposato e fuso con scene d’azione avvincenti, combattimenti appassionanti e colpi di scena perfetti, qui invece la parte “ludica” è malfatta, mal diretta, mal concepita. La battaglia finale è una delle più brutte e noiose mai viste, con costumi e gadget assurdi e in generale una coreografia imbarazzante e a tratti involontariamente comica, più somigliante a certi “capolavori” di Bollywood che a ciò che la Marvel ci ha dato negli ultimi anni. E parlando di un film sui supereroi è davvero il colmo! Agli spettatori chiediamo di aver indulgenza, di godersi la grande simpatia e verve di Letitia Wright, la straordinaria prova di un Andy Serkis canagliesco in modo irresistibile, i bellissimi costumi e acconciature, l’humor una volta tanto non eccessivo o stupido, e di lasciar perdere il resto.

Sul come e perché la critica americana lo abbia incensato rimane il mistero, risolto forse, più che dalle necessità di marketing, dal trionfo di un pensiero progressista, multiculturale e africano che il nuovo corso politico della Presidenza degli Stati Uniti sembra aver messo sotto assedio, risvegliando in molti paesi paure e violenze che sembravano appartenere al passato, all’era in cui, venendo incontro al Movimento per i Diritti Civili, Stan Lee e Jack Kirby crearono un eroe in cui i ragazzini dei ghetti di Oakland e di Houston potevano riconoscersi, sognando un mondo dove nero non fosse sinonimo di povero o senza speranza, ma il colore di un popolo e di un eroe legato in modo geniale alla mitologia e alla cultura africana.