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Senza ombra di dubbio, il 2012 è stato l’anno di Biancaneve: nello stesso anno, infatti, sono stati presentati al pubblico due traduzioni per immagini della celebre fiaba dei fratelli Grimm, due prodotti che, nonostante fossero fondati sulla stessa materia, siano risultati essere completamente diversi e totalmente inconciliabili. Dopo aver brevemente analizzato il primo dei due riadattamenti cinematografici, Biancaneve e il Cacciatore, è la volta del Biancaneve di Tarsem Singh, più conosciuto con il titolo originale di Mirror Mirror. 

Conosciuto per la minuziosa attenzione al comparto visivo che caratterizza la sua cinematografica, diligenza che deriva direttamente dal suo passato come regista di video musicali, Tarsem Singh dirige Biancaneve, il suo quarto lungometraggio, nel 2012. Nonostante anche questa creazione cinematografica si contraddistingua per la sua dettagliata e focalizzata direzione artistica, questa volta l’artista indiano rifiuta l’eccesso dei virtuosismi estetici, dando vita ad un prodotto in cui la sua firma è presente, ma in modo più lieve.

Biancaneve colpisce lo spettatore grazie alla sua messinscena

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È inevitabile confrontare Biancaneve, il riadattamento dell’indiano Tarsem Singh, con il suo contemporaneo Biancaneve e il Cacciatore ed è sempre inevitabile notare come il primo, grazie ad una realizzazione più studiata e ad una trama più lineare, sia capace di eclissare totalmente il secondo. Specialmente quando si parla di costumi e scelte estetiche. Perché, dopotutto, se Biancaneve colpisce così tanto lo spettatore, è grazie all’indimenticabile e impeccabile messinscena, la quale trova la sua punta di diamante nell’eleganza disarmante del costume design dell’artista giapponese Eiko Ishioka, alla quale, in seguito alla sua prematura scomparsa, il film è stato dedicato: le linee e i tessuti concepiti e disegnati dalla strabiliante designer orientale, infatti, sono capaci di dominare ogni scena, regalando ad ogni personaggio che li indossa quella magia a cui il racconto dei fratelli Grimm è da sempre associato.

Se la messinscena risulta esente da ogni difetto, il resto del lungometraggio non è altrettanto perfetto e Biancaneve si perde nella monotonia della fabula e nella noiosa piattezza dei dialoghi. È necessario specificare che il primo punto non verrà analizzato, in quanto risulta inutile focalizzarsi sulla trama: tranne per qualche inutile variazione nell’intreccio e nel personaggio di Biancaneve, la fabula del film diretto da Singh è molto simile a quella della favola che tutti conoscono.

Sebbene sia ammirevole la volontà di seguire un principio di totale libertà e creatività, una decisione che si traduce nel desiderio di riadattare e modificare i tradizionali eventi narrati nella favola originale, dando vita ad un racconto generato da una visione inedita, il lungometraggio risulta evitabilmente essere caratterizzato da un tono che non cambia mai e che, quindi, si trasforma in nient’altro che un seguirsi di banalità. Con l’eccezione della tanto divertente quanto inspiegabile scena finale: un balletto in perfetto stile bollywood che conclude l’intera narrazione. Partendo dalla debole e, a tratti, non presente sinergia che dovrebbe legare gli attori principali, arrivando a battute scontate e incapaci di far ridere lo spettatore, Biancaneve non riesce ad essere convincente. Soprattutto a causa dell’esibizione di Julia Roberts che, impegnata nel ruolo della regina cattiva, non è abbastanza incisiva e potente da incantare il pubblico: stranamente la celebre attrice, la quale non simboleggia altro che una deludente scelta di marketing, non è stata benedetta da quel irresistibile carisma che l’ha resa così famosa. Se, in altri casi, la debolezza di un personaggio come questo sarebbe potuta non essere presa così tanto in considerazione, in questo lungometraggio è impossibile chiudere un occhio, facendo finta di niente: essendo raccontata dal suo punto di vista, una scelta per nulla banale e terribilmente interessante, la storia di Biancaneve perde ogni attrattiva, mutando in un racconto privo di ogni centro focale.

Se la regina cattiva di Julia Roberts non è abbastanza eccentrica da lasciare un segno nella pop culture, lo stesso non si può dire dei personaggi di Lily Collins e di Armie Hammer, rispettivamente impegnati nei ruoli di Biancaneve e il seducente principe Andrew Alcott: i due attori, infatti, cercano di fare il massimo per donare un barlume di carisma e di fascino alle noiose figure che sono costretti a rappresentare. Con la sua innata e dolce bellezza e il fascino innocente che si accompagna ad essa, Lily Collins si trasforma nella personificazione dell’unico punto di tangenza tra la versione originale della favola (e, in particolar modo, dell’indimenticabile riadattamento della Disney, il cartone che ha segnato l’infazia di una generazione) e l’inedita prospettiva di Tarsem Singh. Con il suo adorabile viso e la sua frescezza, la Collins è una novella, altrettanto bella, ma sicuramente meno iconica Audrey Hepburn. Anche con Biancaneve l’attrice britannica si riconferma essere perfetta per il cinema più mainstream.

Nonostante la scelta del regista di portare avanti una linea di decisioni di regia determinate da un’ottica moderata, quasi revisionista e meno coraggiose, se paragonate alle sue produzioni cinematografiche precedenti, la messinscena di Biancaneve è pervasa dalla volontà di rivoluzionare una storia conosciuta da tutti, una volontà che si ripercuote nel rifiuto della tradizionale narrazione dei fratelli Grimm e della diffusa interpretazione di Walt Disney, e dal desiderio di proiettare l’amore viscerale che lo stesso Tarsem Singh prova nei confronti di paesaggi e architetture spettacolari, di abiti e acconciature visivamente strabilianti: è nella fertile collaborazione con la sopracitata Eiko Ishioka che la ricerca estetica del regista raggiunge il proprio apice, esplodendo in un succedersi di costumi in grado di lasciare tutti senza fiato, coinvolgendoli ed immergendoli in un’atmosfera diversa, sognante e fiabesca.

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