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Prodotto nel 2016 in Germania, Benvenuto in Germania racconta l’eterno scontro tra ricchi e poveri, tra stabilità e ignoto, tra staticità individuale ed eterna ricerca di crescita personale. Sullo sfondo della vita agiata e abitudinaria di una famiglia teutonica, una coppia di mezza età, gli Hartmanns, decidono di ospitare un giovane rifugiato. Diallo è infatti un migrante che viene dalla Nigeria, giunto in Europa per cercare sollievo dai problemi della sua patria, salvo poi scoprire le profonde difficoltà che minano la gestione della crisi dei migranti che campeggia su tutte le pagine dei giornali. Richard (Heiner Lauterbach) è un affermato chirurgo, cinico ed egocentrico, costretto ad affrontare l’avvicinarsi del momento della pensione: la cosa si fa dolorosa tanto più cresce il successo e la competenza del suo giovane collega Tarek (Elyas M’Barek). Richard è sposato con Angelika (Senta Berger), una donna vivace e appassionata, che cerca di rendersi sempre utile e di fare qualcosa per risolvere la questione dei migranti, per compiere il suo dovere di cittadina. Quando la donna decide di accogliere in casa uno dei molti rifugiati arrivati in città, gli equilibri familiari vengono messi a dura prova, innescando una serie di scontri culturali che sono spesso riconducibili alla dimensione più prettamente individuale.

Il protagonista di Benvenuto in Germania diventa un eroe redento, pronto a mettersi in gioco con una nuova cultura

Benvenuto in Germania
I protagonisti del film

Benvenuto in Germania è un film composito eppure semplice, nella sua linearità narrativa giocata su più livelli di lettura. Simon Verhoeven, regista tedesco del film già dietro la realizzazione di Friend request (tra gli altri), dirige una commedia fruibile e divertente, in cui più argomenti fanno capolino nel suo svolgimento, forse rimanendo appena accennati e senza un vero sviluppo, ma facendo comunque percepire la propria presenza. Se il tema centrale del film è ben evidente, Benvenuto in Germania decide di affrontare, o almeno lasciar trasparire, i lati più in ombra del fenomeno delle migrazioni. Diallo (Eric Kabongo), per esempio, è preso di mira dalla polizia locale per una serie di equivoci che lo portano a essere sospettato di terrorismo, proprio in conseguenza di alcuni attriti con un potenziale estremista che condivide con lui la temporanea sistemazione nel centro di accoglienza. Se da un lato, quindi, il radicalismo nero viene fortemente allontanato dal senso del film, dall’altro lato si mette in evidenza con satira e ironia il folklore locale con tutte le sue contraddizioni. Si mettono infatti in luce, in diverse occasioni, vari aspetti che agli occhi di un forestiero assumono termini ridicoli o quanto meno curiosi; Diallo rende giustizia a questo aspetto, pronto com’è a sottolineare lo stridore di certi modi, soprattutto grazie a un pronto confronto con culture completamente diverse.

Verhoeven non si lascia nemmeno sfuggire l’occasione per accennare a certi meccanismi di difesa messi in atto dalla popolazione locale, primi tra tutti i membri della famiglia Hartmann. Come Angelika, che trova appagamento e significato della propria vita quasi solo grazie al sentirsi utile nei confronti del prossimo (cosa che la porta ad aprire le porte di casa sua), mettendo di fatto in moto tutta la narrazione. Totalmente opposto al bigottismo radicale di vicini ed estremisti razzisti che vedono in questo gesto altruista una minaccia alla propria libertà.

Ciò che più di tutto emerge è quanto Diallo sia vittima del suo ruolo sociale, trovandosi del tutto avulso dalla sua personalità, e in questo sicuramente regista e sceneggiatori hanno raggiunto il loro scopo, sfidando quasi la credibilità della storia stessa, che finisce col descrivere la figura del giovane ragazzo come un eroe redento che trova nel finale il suo completo appagamento.

Benvenuto in Germania è al cinema dal 10 maggio con Cineama.