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Da giugno è disponibile su Netflix Beats, il film di Chris Robinson prodotto dal colosso dello streamig. Il film racconta la storia di August (Khalil Everage), un giovane afroamericano residente nella periferia di Chicago, la cui vita cambia radicalmente quando la sua amata sorella viene uccisa per colpa di una faida tra gang. Il 17enne – colpito da attacchi di panico e affetto da agorafobia – lascia la scuola e si rinchiude nella sua stanza, abbandonando il mondo esterno e rifugiandosi in quello della musica, di cui sembra essere maestro grazie al suo innato talento di composizione di beats. Romelo Reese (Anthony Anderson) è un ex produttore musicale caduto in miseria e in cerca di riscatto. Impiegato come guardia giurata nella scuola dove la sua ex moglie è preside, si reca a casa di August per convincerlo a tornare sui banchi scoprendo così le sue incredibili doti. Inizia tra i due un rapporto speciale da mentore e allievo, in cui Romelo cerca di risollevarsi portando alla luce la bravura di August. Ma nella giungla metropolitana di Chicago non è facile emergere, soprattutto se si ha un passato per cui farsi perdonare.

Beats: il tentativo di riscatto a suon di hip hop di due sconfitti

Beats Cinematographe.it

Il mondo dell’hip-hop e della produzione musicale sono alcuni degli elementi al centro di Beats. L’opera di Robinson fa perno, infatti, principalmente sul tentativo di rinascita dei due protagonisti: una rinascita lavorativa-musicale per Romelo, una rinascita alla vita di sempre per August. Entrambi sono, a loro modo, dei “perdenti”, sconfitti dalla società e dalla violenza fisica e verbale degli altri. La loro condizione a inizio della pellicola è quella tipica dell’inetto, di colui che è consapevole della sua inferiorità e della sua vita da sconfitto ma che, allo stesso tempo, non fa nulla per cambiare le cose, limitandosi a osservare il tempo trascorrere. Non c’è desiderio di reagire in Romelo e August, ma è incontrandosi che nasce in loro la voglia di riscatto.

Ma è un riscatto reso difficile anche dalla dimensione nella quale i due vivono, che è quella della vita della periferia di Chicago. Tra le strade dove le gang spadroneggiano e dove troppe vite vengono spente a causa di una violenza spesso gratuita, individuare una via di fuga appare impossibile, specie se le condizioni economiche non lo permettono. Ed è qui che si inserisce il potere salvifico della musica: Beats sembra voler suggerire che l’arte, in tutte le sue forme, è davvero l’unico strumento capace di risollevare chi si sente perduto, andando in aiuto anche degli ultimi.

Beats: la industry musicale vera protagonista del film

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Ma a questo tema, solo superficialmente trattato, si intreccia quello particolare della pellicola di Robinson: se è vero che la musica permette di immaginare una via di fuga dalla giungla di violenza delle periferie, è anche vero che questa via può trovare numerosi ostacoli in un’altra giungla, che è quella del mondo della produzione musicale. Regista di numerosi videoclip, Robinson con Beats si trova a maneggiare un argomento che conosce già bene, e lo dimostra nello sguardo impietoso che rivolge alla industry del settore (ed è in questo ambiente che, tra l’altro, troviamo l’unico attore non afroamericano della pellicola). È questo mondo, più che quello specifico della musica e dell’hip hop, a essere al centro del film.

Beats: un film che non riesce a trovare il proprio ritmo

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Nel raccontare il tentativo di rinascita dei due protagonisti, Robinson mostra una certa difficoltà nello srotolare il filo del racconto: a volte la vicenda si ripiega su sé stessa, apparendo in alcuni punti quasi ripetitiva. Come August non riesce a uscire dalla propria stanza, allo stesso modo l’impressione generale che dà un’opera come Beats è quella di non riuscire a muoversi sul serio, a dispiegare appieno le proprie potenzialità, rimanendo ancorata a una stasi iniziale mai davvero risolta che allunga inutilmente la durata della pellicola.

Il risultato è quindi un film non perfettamente godibile, che, sebbene possa far leva su attori di livello e porti avanti messaggi positivi, non convince e non coinvolge appieno lo spettatore, regalando pochi momenti realmente memorabili.

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