Barbara
San Diego Comic-Con 2017
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Mathieu Amalric, già protagonista del film di apertura di Cannes 2017, Les Fantômes d’Ismaël, torna a calpestare il red carpet della kermesse in veste di regista del film d’apertura della sezione Un Certain Regard. Il suo Barbara è un biopic sentito e raffinato, in cui una bravissima e camaleontica Jeanne Balibar veste i panni dell’amatissima in Francia Monique Andrée Serf, cantautrice deceduta nel 1997, conosciuta col nome d’arte che dà il titolo alla pellicola.

Un’opera sperimentale, costruita su tre piani principali: quello della vita della vera cantante (presentata attraverso numerose immagini e nastri di repertorio), spunto imprescindibile per Brigitte (Jeanne Balibar), che nel film veste il ruolo della sua interprete, al fine di prepararsi adeguatamente per girare un biopic per la regia di Yves Zand (interpretato da Mathieu Amalric).

Barbara

Un film nel film, anzi, un biopic nel biopic che, nel rendere un omaggio devoto ad una grande artista, racconta la storia di un regista e di un uomo che perde gradualmente il confine tra lavoro e realtà, tra attrice e personaggio da lei interpretato.

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Un corto circuito favorito dalla straordinaria somiglianza tra Jeanne Balibar e la vera Barbara che – tuttavia – non trova nell’economia della trama una collocazione particolarmente significativa, se non quella che sottolinea la totale e conturbante ammirazione del regista (del film nel film ma anche di Amalric) per l’artista scomparsa.

Barbara: il biopic musicale di Mathieu Amalric, omaggio ad una grande artista scomparsa

Barbara prende forma come un continuo susseguirsi e alternarsi dei tre piani della narrazione, lasciando che tra un livello e l’altro emergano le qualità e le increspature di una grande personalità del mondo dello spettacolo, tanto brava a raccontare la propria vita attraverso le sue canzoni, quanto meno equilibrata nel viverla, fra le tanti passioni e nevrosi che spesso caratterizzano l’universo degli artisti ma che per Barbara dipesero anche dal contesto storico e dalla situazione personale in cui visse (fuggì in Francia per sfuggire all’occupazione nazista e subì violenze sessuali da parte del padre). Un turbinio di emozioni contrastanti e tormentate, perfettamente reso dai suoi testi, inni malinconici ad un amore che non può o non riesce ad essere espresso in modo limpido e gioioso (in un suo brano si  parla anche di incesto).

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Barbara

Jeanne Balibar si limita a ricalcare i contorni dell’artista, lottando per non lasciarsi sopraffare dalla grande personalità della vera cantante; Mathieu Amalric ne segue il percorso con aria stralunata, col risultato di un’opera che – se mostra una certa tecnica e talento alle sue spalle – richiede che il pubblico provi lo stesso coinvolgimento del regista per la vera Barbara, perché riesca ad apprezzare a fondo questo film.

Tra numerose performance musicali (superiori ai dialoghi) e l’indugiare su vizi e virtù della protagonista, Barbara appare così come un romantico epitaffio dedicato alle persone più vicine alla cantante, penalizzando i profani con un ritmo totalmente piatto e la fatica nel rincorrere i tre piani narrativi verso un finale che sembra arrivare solo per stanchezza o mancanza di altre idee. Un lavoro che cela una grande preparazione, sia pratica che tecnica, ma che fallisce nel chiudere un cerchio, lasciando la sensazione di aver assistito ad un biopic inutilmente complicato dalla storia nella storia.

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Un’apertura particolare per la sezione Un Certain Regard, che tuttavia ricalca appieno il senso di questa sezione del Festival, dedicata alle opere più audaci, ingegnose e creative.