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Annabelle 3 (Annabelle Comes Home) è il terzo capitolo della fortunata saga di Annabelle, nata nel 2014 come spin-off dell’universo espanso di The Conjuring, realizzato da James Wan nel 2013.

Il terzo capitolo segna il ritorno della coppia dei coniugi Ed e Lorraine Warren (rispettivamente interpretati da Patrick Wilson e Vera Farmiga), esperti del paranormale che erano già stati al centro delle vicende dei primi due capitoli di The Conjuring. Le vicende di Annabelle 3 hanno luogo nella metà degli anni Settanta, vale a dire poco prima degli eventi che hanno animato The Conjuring – Il caso Enfield, ambientato negli anni 1976-1977. Stavolta, i demonologi Warren portano a casa la terrificante bambola Annabelle con lo scopo di rinchiuderla dentro una teca all’interno del Museo dell’Occulto. Le cose, però, non vanno come sperato. Una notte, la piccola Judy (McKenna Grace) viene lasciata in compagnia della sua baby-sitter Mary Ellen (Madison Iseman) e della sua fin troppo curiosa amica Daniela (Katie Sarife), che proprio non riesce a evitare di ficcanasare tra gli oggetti “intoccabili” dei Warren, fra cui Annabelle, che risveglierà altri spiriti maligni.

Annabelle 3: un nuovo tassello dell’universo di The Conjuring

Annabelle 3, cinematographe.it

A James Wan, co-produttore di Annabelle 3 insieme a Peter Safran, va riconosciuto il merito di aver intuito che, nei tempi di crisi “cinematografica”, non è più sufficiente il singolo film per portare il pubblico in sala. Questo epocale cambiamento non sembra escludere il genere horror, che grossi numeri di spettatori riesce a collezionarli solo nella settimana d’esordio in sala. Osservando il fenomeno, Wan ha appreso che l’unico genere cinematografico ancora capace di trascinare gli spettatori all’interno di una sala è un genere relativamente giovane, quello del cinecomics, che alle storie sui supereroi ha fuso la vincente idea dell’universo espanso. Attraverso la ripetizione di questa formula, ogni nuovo capitolo di The Conjuring riesce a fare grossi numeri al box-office: Annabelle, in particolar modo, ha potuto contare sulla tradizione dell’iconografia horror per quanto riguarda bambole “assassine” o possedute (come in questo caso), riportando in auge personaggi che devono tutto a Living Doll, storico episodio della serie antologica The Twilight Zone. Il corso e le evoluzioni del genere, però, insegnano anche che fra il successo e l’effettiva qualità di un’opera il rapporto non è sempre direttamente proporzionale.

Esordio alla regia di Gary Dauberman, già sceneggiatore per la saga di James Wan

Non è impensabile che con Annabelle 3 si verifichi lo stesso tipo di fenomeno. Da una parte abbiamo il regista Gary Dauberman, esordiente dietro alla macchina da presa ma non certo nuovo alla saga, cui ha sempre partecipato come sceneggiatore. Se il secondo capitolo, Annabelle: Creation, poteva far sfoggio di uno stile registico insolitamente raffinato (quello di David F. Sandberg) in grado di distaccarsi dal primo e risollevare la qualità della saga, il terzo capitolo non ha la medesima fortuna: Dauberman, che non possiede le stesse capacità di regista del suo predecessore, risolve in maniera piuttosto superficiale la realizzazione di un film che aveva del potenziale (il ritorno dei Warren sullo schermo, per esempio), anche in fase di scrittura, affidando ad Annabelle 3 il compito di regalare qualche brivido e una manciata di spaventi, peraltro non in grado di toccare le vette del buon secondo capitolo, e poco di più.

Annabelle 3 funziona come divertissement, ma siamo lontani dai capitoli più riusciti di The Conjuring

Siamo ben lontani dalle tematiche affrontate da Wan regista, che con The Conjuring 2 aveva esplorato terreni accidentati e pericolosi, trattando la questione della fede, la sua perdita e la sua traduzione nei tempi dei mass-media e delle bugie mediatiche. Annabelle 3 è qualcosa di assai più semplice e meno appassionato: le vicende si dispiegano lungo l’arco temporale di una sola notte, classico espediente narrativo che funge da pretesto per permettere alle forze demoniache di dare vita a un gioco di caccia al topo a cui le vittime protagoniste accettano, volenti o meno, di partecipare.

Il film può funzionare come divertissement di genere pur non osando, anzi, affidandosi completamente a cliché e formule non certo nuove a un appassionato. Il regista, dal canto suo, dimostra di saper costruire una buona atmosfera a combustione lenta, fabbricando qualche piccolo momento di suspense abbastanza riuscito e riuscendo a distinguersi dai precedenti The Nun e La Llorona, da egli stesso scritti. Certo, non ci si aspetti l’ingegnosità e lo sgomento dei due The Conjuring, e nemmeno quello (seppur minore) di Annabelle: Creation.

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