Anima: recensione del cortometraggio musicale di Paul Thomas Anderson e Thom Yorke

Nel microcosmo di Anima non sembra esserci posto per la speranza: in questo mondo gelido immerso in un’atmosfera dalle tinte distopiche, tutto appare oppresso della frenesia del post-consumismo, dal fardello dell’alienazione sociale e dall’incubo dell’isolante apatia, mentre l’amore assume i contorni irreali della pura illusione, dell’inarrivabile ideale.

Nato in funzione del più recente album del musicista britannico Thom Yorke, voce del gruppo Radiohead,  Anima si presenta come un’interessante operazione di marketing e, al contempo, come un cortometraggio mediocre avvolto in un involucro esteticamente inappuntabile, un cortometraggio in cui la genialità dell’estro artistico di Paul Thomas Anderson – rappresentante esemplare di un Cinema caratterizzato dalla cura maniacale per i dettagli e dalla ricerca della perfezione formale– viene inevitabilmente disintegrata dalla monotonia che è solita definire i prodotti distribuiti dal colosso Netflix.

Anima: la tediosità della perfezione

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Nessuno avrebbe mai pensato che l’ennesimo frutto dell’equilibrato connubio tra il magnetico fascino della poesia in suoni di Thom Yorke e la delicata potenza della cinematografia di Paul Thomas Anderson si sarebbe rivelato essere un prodotto mediocre, appianato e uniformato a quelli che sono gli standard a cui Netflix ha gradualmente adagiato il suo pubblico e i suoi addetti ai lavori.

Un’estetica studiata con una cura certosina e una grande colonna sonora non sono due elementi sufficienti a dar vita ad un cortometraggio interessante. Ciò che manca in Anima è il punto focale: cosa dovrebbe colpire lo spettatore? Su cosa si focalizza il prodotto? Sulla musica aggressiva? Sulle coreografie, disturbate da primi piani sugli occhi stanchi di Thom Yorke? Sul comparto visivo? È difficile capirlo e tentare di intuire quali siano le vere intenzioni dei due creatori del cortometraggio risulta complicato, quasi impossibile.

Nell’elaborata e patinata atmosfera distopica di Anima, ogni dettaglio sembra essere (il)logicamente definito. Anche la sporcizia appare avere una propria (in)sensata e ordinata bellezza. Lo spettatore mentirebbe se dicesse che il cortometraggio dedicato all’ultima epopea musicale del frontman dei Radiohead non si presentasse ai suoi occhi come epico e magistrale; mentirebbe se dicesse che il comparto visivo di Paul Thomas Anderson non sia curato nei minimi dettagli; mentirebbe se dicesse che la musica di Thom Yorke non sia capace di far nascere in lui un grande interesse, attraendolo e seducendolo. Ciò nonostante, lo spettatore direbbe la (sua) verità se sostenesse di non aver provato nulla durante la visione di Anima, di non essere riuscito ad empatizzare con ciò che viene osservato e vissuto dal protagonista senza nome e senza voce, interpretato dal cantante britannico.

È proprio l’anima a mancare in Anima. Con la sua estetica gelida, dominata dalle tonalità più fredde, e con la sua musica composta di suoni arrugginiti, proiezione dell’essenza irrequieta della società odierna, il cortometraggio musicale di Anderson si avviluppa intorno a sé stessa, incapace di creare un legame emotivo con il proprio pubblico. Non vi è alcuna intensità negli sguardi dei due protagonisti anonimi, collegati dallo stretto (e discutibile, certo) vincolo dell’amore a prima vista. Non vi è alcuna triste disillusione nella fredda monotonia con cui la massa si muove. Non vi è alcuna pulsione nella tentata e velata ribellione della coppia di personaggi principali. Non vi è alcuna emozione.

Inutile mentire: quando un prodotto cinematografico porta la firma di Paul Thomas Anderson, le aspettative sono sempre molto alte e, di conseguenza, facili da deludere. Ciò che si aspetta da un fuoriclasse come lui, capace di regalare al proprio pubblico gioielli come l’epico Il Petroliere o come l’ultimo ed eccellente Il Filo Nascosto, può essere brevemente riassumibile con la parola perfezione. Nessun errore, nessuna sbavatura, nessuna caduta di stile sono ammessi, nel caso di Anderson. Da tutto ciò consegue che, ogni qualvolta che un individuo osa smuovere una stroncatura nei suoi confronti, risulti spontaneo additare ad attese fin troppo rigide, irrealistiche ed esagerate. Ma questo non è il caso.

Anima: un cortometraggio che non è altro che un videoclip musicale

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Decine di persone ripetono gli stessi movimenti febbrili, si spostano all’unisono, si mostrano disinteressati, passivi, quasi addormentati. Destinati alla monotonia, nessuno di loro ha il coraggio di ribellarsi alla meccanicità che li governa e li comanda. C’è qualcosa di terribilmente orwelliano in Anima, il cortometraggio diretto da Paul Thomas Anderson, e tale carattere viene evocato in particolar modo attraverso coreografie (poco innovative) ideate da Damien Jalet, reduce del successo avuto grazie al recente Suspiria di Luca Guadagnino, e fortemente ispirate alla visione artistica all’avanguardia di Pina Bausch.

Eppure l’anima distopica di Anima appare come un semplice dettaglio sterile, incapace di creare una successiva stratificazione contenutistica: il timore di un futuro (o di un presente) dalle tinte distopiche assume i contorni di un mero stimolo narrativo, non riuscendo a condensarsi in una consistente e interessante struttura contenutistica. In tal senso, quindi, il cortometraggio di Anderson è completamente denudato di ogni stimolo riflessivo, un dato di fatto che stona non solo con la filmografia fortemente meditativa del regista statunitense, ma anche con la produzione musicale di Thom Yorke, da sempre ancorata all’ideale, al pensiero, alla riflessione.

È impossibile apparire sinceri, con sé stessi e con gli altri, dicendo che Anima è il nuovo capolavoro di Paul Thomas Anderson o che si tratta di un prodotto interessante e caratterizzato da quel riflesso di genio che hanno da sempre caratterizzato la cinematografia del regista americano. Definito come un film musicaleAnima non è nient’altro che un videoclip musicale. Uguale a tutti gli altri videoclip musicali, ma forse dalla durata un po’ più estesa. Sarebbe riuscito ad esserlo se la stratificazione contenutistica di cui si stava parlando precedentemente fosse stata presente, viva.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 0.5
Fotografia - 3
Recitazione  - 1
Sonoro - 3.5
Emozione - 0.5

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