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Un oggetto impossibilmente piccolo è un punto in cui non esiste più materia, dove lo spazio e il tempo si annullano. Un luogo impossibile che risucchia tutta la luce fino a che l’unica cosa rimasta non è altro che il buio. È così che, a circa metà film, An impossibly small object si auto-disseziona mettendosi completamente a nudo e fornendoci, al tempo stesso, la chiave di lettura con cui è possibile raggiungerne la vera essenza. Ma il nuovo film di David Verbeek, nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2018, non è solo questo. Viaggio nella passione che il regista nutre verso l’Oriente, omaggio notturno alla città di Taipei – già ritratta in R U There (2010) e How to describe a cloud (2013) – studio sulla luce e sull’ombra, meditazione sul rapporto tra il fotografo, la sua arte e il soggetto dei suoi scatti, la pellicola è come uno scrigno ricco di livelli di lettura, suggestioni e piani narrativi.

An impossibly small object: una storia a cavallo tra Oriente e Occidente

An impossibly small object Cinematographe.it

A Taipei, Xiaohan (Lucia Hsieh) gioca ogni giorno con il suo migliore amico Haohao. Nonostante appartengano a due ceti sociali molto diversi, l’amicizia tra i due è profonda e sembra destinata, come tutte le amicizie dei bambini, a durare per sempre ma, se così non fosse, i sassi che i due si sono scambiati serviranno a farli ritrovare in futuro. La promessa assume un significato ancora più importante quando Haohao deve partire per New York dove suo padre ha trovato lavoro. Sempre a Taipei, un fotografo olandese (interpretato dallo stesso Verbeek) vaga per la città di notte  alla ricerca di soggetti da immortalare e cattura Xiaohan mentre fa volare il suo aquilone luminoso. Ad Amsterdam, il fotografo ritrova la sua vita solitaria, spesa tra lo studio dove lavora alle sue foto e occasionali pranzi in famiglia prima che riparta per la prossima avventura.

An impossibly small object si apre su un’urgenza, quella di riuscire a descrivere che cosa susciti nell’artista la propria opera, o meglio esattamente da dove scaturisca la fascinazione per quel preciso lavoro. Invece di tentare di darci una risposta a parole, Verbeek decide di servirsi delle immagini. In un flashback che inizialmente non sembra tale, siamo a Taipei a rincorrere una bambina e il suo aquilone in un tunnel buio che, curva dopo curva, ci conduce in stanze illuminate dalla fredda luce di un neon dove qualcuno lava i piatti di un ristorante. La storia della bambina è intervallata dalle peregrinazioni notturne del fotografo tra i paesaggi urbani di una zona commerciale della città che molto ricorda la Taipei notturna protagonista di Closing Time di Nicole Vögele. A costruire l’apparato suggestivo che dà carica alla foto su cui si apre il film è anche l’incontro del fotografo con una signora taiwanese sull’aereo diretto ad Amsterdam. Incuriosita dal lavoro dell’uomo e dal suo studio sulla luce, la donna lo introduce agli oggetti impossibilmente piccoli che lei dice di studiare da anni, il suo nuovo interesse dopo che la persona che le aveva monopolizzato l’infanzia si era dovuta trasferire in America.

An impossibly small object: un racconto per immagini dalla fotografia ottima

An impossibly small object Cinematographe.it

Mano a mano che si costruisce, An impossibly small object si arricchisce sempre di più di riflessioni. Così, oltre al tema dell’artista e tutti i suoi satelliti, anche l’infanzia e il rapporto con la famiglia vengono trattati insieme a quella spinta irrefrenabile alla scoperta che spesso viene scambiata per un’irrimediabile desiderio di rimanere adolescenti per sempre. Opera in continuo mutamento ed evoluzione, la pellicola ci mostra e dimostra che l’autore è veramente un creatore di mondi e di storie. Come la luce viene irresistibilmente attratta da un oggetto impossibilmente piccolo, come il tempo e lo spazio confluiscono e si annullano, così le storie possono piegarsi e sovrapporsi creando un luogo impossibile le cui uniche coordinate sono l’ispirazione e un breve momento di memoria condivisa.

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