GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

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Non sempre il valore di un film risiede nella sua piena comprensibilità. Il merito di una pellicola può comprende spesso anche una certa enigmaticità di fondo dalla quale poter rilanciare il proprio fascino. Ermetico e dal significato sfuggente è anche l’ultima opera diretta dal regista classe ‘86 Fradique, all’anagrafe Mário Bastos, una delle voci più talentuose del cinema angolano contemporaneo. Dopo aver sperimentato cortometraggi, documentari e video musicali, il cineasta approda al 30esimo Festival del Cinema Africano Asia e America Latina nella sezione “Finestre sul mondo” con un’opera politica, fantastica e sfuggente diretta verso tematiche di globalizzazione, cambiamenti climatici e immaginazione sociale.

Fondendo in un racconto idiosincratico e simbolico il suo sguardo fortemente (neo)realista e quello a tine horror/sci-fi, Fradique immagina un presente semi-utopico nella capitale dell’Angola Luanda, alle prese con il misterioso cedimento degli apparecchi per l’aria condizionata appesi sui palazzi. Dalla radio le autorità, forse, cospirano al complotto nel mercato nazionale dopo l’accordo bilaterale con la Cina; altri raccomandano i propri cittadini a mettersi al sicuro ed evitare di camminare accanto agli edifici dopo le sempre più numerose morti date dal tonfo improvviso degli apparecchi. Una circostanza surreale e inspiegabile fusa con un anomalo aumento delle temperature che moltiplica decessi e afa, tra le anguste abitazioni accaldate e prive di refrigerio.

Air Conditioner: il fiabesco e lo spazio urbano nell’afosa Angola

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A Matacedo (José Kiteculo), guardia di sicurezza di uno dei tanti palazzi al centro del film, viene dato l’incarico di fornire un apparecchio funzionate al burbero padrone di un appartamento custodito dalla cameriera e amica Zezinha (Filomena Manuel). Inizia così la sua odissea alla ricerca di un ventilatore, in una sorta di viaggio spaesato che ci conduce ai margini dell’estrema povertà di un paese di 29mila abitanti, segnato dalla guerra civile (1972-2002), dalla colonizzazione portoghese e con un tasso di speranza di vita tra i più bassi al mondo.

Nel tallonamento costante della macchina da presa aderente al corpo e al volto del suo protagonista, Air Conditioner si muove negli spazi urbani all’interno dei rumori del traffico, del vocio della popolazione, dei motori e dei suoni metallici degli apparecchi caduti, alternando sequenze sospese e decisamente più immaginifiche. Nel film aleggia a tratti un sentimento premonitorio o di superstizione, dove si mostra Matacedo comunicare mentalmente con gli abitanti degli edifici fatiscenti e precari, pericolanti nella loro tenuta quanto in quella protettiva di chi vi abita. Sarà però a metà film che Fradique lima la sua impronta, finora poco a fuoco e mosso a rilento in un tempo dilatato e disinvolto, all’arrivo del suo protagonista in un negozio di elettrodomestici in riparazione.

Tutti i (possibili) significati

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È qui che il regista inserisce quella che forse è la sequenza chiave del film, assumendo una deriva onirica e trasognante di un (impossibile) viaggio in macchina, nel quale il protagonista si lascia trasportare dal sogno di un paese nuovo sulle note dell’ennesima (ottima) canzone della colonna sonora curata da Aline Frazã, giovane cantante e compositrice angolese. Nelle sonorità originali e dagli ammalianti ritmi in percussione capoverdiani che il film trova la sua forma più compiuta. Il dialogo scarno e controllato, viene infatti ben sostituito dalle musiche, tensive nelle partizioni sci-fi e più carnali in quelle veriste.

Con Air Contitioner, Fradique segna un’opera sottosopra, in cui immagina veglie funebri dedicate a condizionatori non più in vita (!), macchine dirette verso un futuro inaccessibile, vecchi rottami di tv, schermi del pc ed elettrodomestici accatastati a rifrangere “ricordi caduti dagli alberi, come frutti maturi”. E’ probabile però che il film prenda forma già dalle didascalie iniziali a mostrare i molteplici significati delle parole “aria” e “condizionare”. Ad essere ‘condizionabile’ non è solo l’aria preveniente dalle ventole degli apparecchi, semmai è quella di un’intera civiltà, un’intera cultura biforcata e disarmonica in ricchezza, divisa in capi e sudditi, sfruttati e sfruttatori, come Zezinha e come Matacedo: simboli della parte sociale sproporzionata verso l’estrema povertà, ma che si lascia cullare dal sogno di una nuova possibilità.