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Il sole è tramontato e la notte è scesa su Melilla, città autonoma spagnola situata nell’Africa del Nord, sulla costa orientale del Marocco al confine con l’Unione Europea. Le telecamere di sicurezza di un centro accoglienza inquadra un gruppo di migranti che si dirige a tutta velocità verso l’alta recinzione di ferro e filo spinato eretta a protezione della struttura con il chiaro intento di entrare. Dall’altra parte gli ospiti si sono arrampicati per provare ad aiutarli o approfittare per tentare la fuga. In seguito all’intervento della guardia civile uno dei migranti perde la vita in seguito ad una caduta dalla recinzione. La rabbia monta sempre di più, innescando la scintilla della rivolta e dando il via a una delle tre storyline che compongono Adú, il dramma iberico targato Netflix diretto da Salvador Calvo, disponibile sulla piattaforma a partire dal 30 giugno.

Adù: un’odissea umana al cospetto della quale è difficile rimanere impassibili

Un prologo ad alta tensione, questo, che getta le basi di un intreccio fatale, tragico e doloroso di esistenze, quelle di una guardia costiera chiamato a fare i conti con i sensi di colpa mentre prova a impedire i tentativi di sbarco subsahariani, di un attivista ambientale che cerca al contempo di salvare gli elefanti da una morte crudele e di recuperare il difficile rapporto con la figlia arrivata dalla Spagna, e di un bambino di sei anni che con la sorella maggiore è costretto a fuggire dalla loro piccola città, in Camerun, perché inseguiti dai bracconieri dopo aver assistito accidentalmente a un omicidio. Quel bambino è proprio Adù e la sua storia è ispirata a migliaia, milioni di storie realmente accadute, gettate nel dimenticatoio e recuperate dallo sceneggiatore Alejandro Hernández per alimentare il plot di un film a tratti straziante, di quelli che ti strappano il cuore dal petto per ridurlo in brandelli, al cospetto del quale è difficile rimanere impassibili.

Una struttura a vasi comunicanti con un intreccio di tre storyline è la base sulla quale si regge lo script di Adù

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Hernández consegna nelle mani di Calvo uno script che funziona a vasi comunicanti, che interseca linee narrative e destini che scorrono paralleli per poi congiungersi in prossimità dell’epilogo. Un modus operandi che ha illustri precedenti nella cosiddetta “Trilogia sulla morte” nata dal fortunato sodalizio tra Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga, oltre che nel Crash di Paul Haggis. Di conseguenza, l’architettura di Adù ha poco da dire sul piano dell’originalità, semmai qualcosa da dire – e molto – ne ha nei contenuti e nei temi attuali toccati: dalla salvaguardia delle specie animali dal bracconaggio alla fossilizzazione dei confini. Ma non c’è dubbio che il baricentro su e intorno al quale ruota e si sviluppa il tutto sia il dramma dell’immigrazione, quello che vivono milioni di persone costrette ad abbandonare forzatamente la propria terra per sopravvivere. Uno di questi è proprio il giovanissimo protagonista in fuga da una realtà terribile a raggiungere le coste dell’Europa come una terra promessa.

Adù: la toccante interpretazione del piccolo Moustapha Oumarou nei panni del protagonista è qualcosa che non si può dimenticareAdù cinematographe.it

Non è un caso, dunque, che il nome di battesimo del bambino e il titolo del film coincidano, poiché la sua one line rappresenta la colonna vertebrale dello script, con le altre due storie che fanno da cornice e integrazione. Viene da sé che l’odissea che porterà Adù in “salvo” occupa a conti fatti la parte più consistente del racconto e anche quella che regala le emozioni più forti e cangianti al pubblico. In tal senso, le scene della morte della sorella maggiore Alika (Zayiddiya Dissou), dell’aggressione del pedofilo, dell’attraversamento a nuoto notturno dello stretto e della separazione traumatica dal compagno di viaggio Massar (Adam Nourou), sono momenti che devastano e che lasciano senza fiato chi guarda, alla pari di pugno ben assestato alla bocca dello stomaco. Ed è questo mix di malessere, sofferenza e dolore che il fruitore si porterà dietro nel post visione. Un mix che ti resta attaccato a lungo, ala pari della toccante interpretazione del piccolo Moustapha Oumarou nei panni del protagonista.

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