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Summer loving happened so fast” cantavano John Travolta e Olivia Newton John in uno dei brani più celebri di Grease. L’amore estivo, sentimento o flirt passeggero che sia, nato e consumato nel tempo sospeso e leggero dei mesi vacanzieri, era l’inizio di una love story iconica di un musical altrettanto iconico che da lì in poi, sul finire degli anni 70, s’imprimeva nell’immaginario comune come modello universale delle commedie musicali in avvenire. Degli strascichi tematici e compositivi del film di Randal Kleiser ne risente quarant’anni dopo, ovviamente anche A Week Away, l’ultimo prodotto teen targato Netflix che proprio di quel “summer lovin’” ne fa espediente narrativo per parlare di diffusione evangelica di buoni sentimenti e redenzione cristiana.

A Week Away: purificazione cristiana e senso di comunità

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Diretto da Roman White, noto soprattutto per i video musicali di Taylor Swift, Justin Bieber e Shakira, su sceneggiatura di Alan Powell e Kali Bailey, A Week Away è la settimana di campeggio estivo ad Antioch nel Tennessee, nel quale il giovane scapestrato Will (Kevin Quinn) viene trascinato dalla neo-madre affidataria Kristin (Sherri Shepherd). Dopo l’ennesima lavata di testa dal capo dei servizi sociali e il passaggio fallimentare in ventidue famiglie infatti, Will sarà costretto a partecipare al progetto estivo Aweegaway Summer Catholic Camp, come unica possibile alternativa al riformatorio a seguito di piccoli reati segno di un’inquietudine adolescenziale sintomo della perdita prematura di entrambi i genitori. “Sei un bravo ragazzo” continuano a dirgli, ed è sulla parabola evangelica tanto cara all’America del peccato-punizione-redenzione che il film prende forma, in un percorso di cambiamento purificatorio attraverso l’amore, l’amicizia e i buoni sentimenti.

Numeri musicali “evangelici” e amori caritatevoli

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Puntellato da numeri musicali con melodie pop e brani corali ad esaltare l’importanza nel riconoscere la grazia del “glorioso sconosciuto”, il film punta (pur rimanendo modesto) a La La Land e High School Musical, costruendosi sul classico modello musical che alterna sequenze recitate e canzoni in danza per amplificare un pensiero o uno stato d’animo. Ben congeniati eppure non molto memorabili, i brani scritti e composti da Adam Watts, Alan Powell e Cory Clark incitano all’essere sé stessi, a mettersi alla prova e a dare spazio a casti sentimenti amorosi, in una sorta di inno biblico a Gesù come creatore di esseri umani perfetti nelle loro imperfezioni, per dare slancio coraggioso a quegli amori che si andranno a formare: in particolare quello fra Will e Avery, interpretato dall’attrice Bailee Madison, già protagonista in Brothers, Once Upon a Time e The Fosters. Anime accomunate dalla perdita genitoriale e (come prevedibile), condannati ad un itinerario di pudico corteggiamento e, in seguito, da accoglimento caritatevole da parte di lei, nonostante lui sia tutt’altro che un bravo cristiano. I due protagonisti si innamorano nel corso di una settimana, quella che a detta del dirigente del campo e padre di Avery David (David Koechner) può cambiare per sempre la vita in soli sette giorni.

“Dio è vostro fan!”

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A Week Away, tutto sommato, si presta ad una visione spensierata e divertita ma non molto coinvolgente o esaltante, nonostante giochi con attività ludico-sportive come il paintball, il tiro alla fune, le partite di football, le sfide a chi spazzola per primo una torta, tra citazionismi cinematografici e quello di versetti biblici evocati attorno al fuoco, in una comunanza apostolica congiunta dall’aver trovato proprio in Dio la svolta salvifica al dolore della vita. Ma la competitività ricreativa delle tre squadre è solo un blando appiglio di una storia davvero poco interessata ad indagare o approfondire le dinamiche giovanili odierne, ma anzi che sembra confinare in una bolla catechista/scoutista un gruppo sparuto di adolescenti del XXI secolo ma fuori dal mondo, di cui alla fine non si riesce a contestualizzare, figurarsi a simpatizzare. “Dio conosce tutto di ognuno di voi. Dio è un vostro fan” gli viene detto nel film. “Almeno lui“, risponderemo noi, (in)consapevoli spettatori di una settimana (in)dimenticabile.