À pied d’œuvre: recensione del film di Valérie Donzelli, da Venezia 82

À pied d’œuvre ragiona sul concetto di successo, di rinuncia, di determinazione e di bisogno.

À pied d’œuvre, diretto da Valérie Donzelli, regista a sceneggiatrice francese di, tra gli altri, Notre dame e Il coraggio di Blanche, è stato presentato in concorso all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Con protagonista l’attore Bastien Bouillon, affiancato da André Marcon e Virginie Ledoye, À pied d’œuvre è un film che tratta tematiche legate a quella della creatività, dove quest’ultima è l’unica possibilità di vita. In particolare lo è per un fotografo che decide di abbandonare una vita precedentemente agiata per dedicarsi alla scrittura. Trovando difficoltà e ristrettezze economiche che lo mettono a dura prova, ciò che realmente scopre e scaturisce da questa esperienza è forse quella spinta di sopravvivenza che aspettava.

À pied d’œuvre e il tempo che inevitabilmente prima o poi passa

À pied d’œuvre - cinematographe.it

In un mondo che corre, nell’oggi dove il proprio tempo e i momenti per se stessi devono essere obbligatoriamente sacrificati, À pied d’œuvre sono proprio quegli attimi, questi istanti a diventare un onere e un vincolo. Il protagonista del film ha davvero bisogno solo di una cosa: scrivere, trovare la voce che nei precedenti romanzi non è abbastanza arrivata al cuore dei suoi lettori. Non per il successo o per la fama, non per ottenere consensi di critica o di pubblico, non per provare l’ebrezza di realizzazione che gli dà il proprio nome sulla copertina, un soddisfacente numero di vendite o la sola pubblicazione. Non ha a che fare con niente di tutto questo. La pacatezza, la sensibilità e la discreta eleganza, tipica del cinema francese, in a À pied d’œuvre sono ancora più sobrie, più appassionate di moderazione. La stessa creatività del film di Valérie Donzelli non ricerca il sensazionale.

Non è un’immaginazione assordante, non è euforia né esaltazione, non è il lampo geniale d’inventiva. L’amore e il trasporto del protagonista nei confronti della scrittura sono ineluttabili e incontenibili, e la dimostrazione è quella scelta, che può dapprima apparire fuori da ogni logica, di sopravvivere, con il minimo indispensabile, soffrendo a volte la fame, altre il freddo, altre volte ancora entrambe, per impegnarsi nella scrittura. Da questo spunto intelligente e ingegnoso si diramano quelli che sono i concetti, con prudenza, che a À pied d’œuvre riesce ad esprimere: quello della dedizione, dell’applicarsi e occuparsi della scrittura. Dove questa, scrivere, non è mai solo mettersi di fronte a un computer e digitare parole e frasi sulla tastiera. C’è tutto un lavoro dietro, un mood da avere, una pigrizia da affrontare, un qualcosa di verso da comunicare e, soprattutto, più di tutto, ci vuole tempo. Non si tratta solo d’ispirazione, quella è forse l’unica cosa che raramente manca, ma di ciò che aleggia intorno.

Un film elementare che racchiude al suo interno decine di significati

À pied d’œuvre

À pied d’œuvre ragiona sul concetto di successo, di rinuncia, di determinazione e di bisogno. La scrittura in À pied d’œuvre è un bisogno, un comando, un’urgenza senza alternative. Anche la povertà che si scopre, con la quale il personaggio principale entra in contatto passa attraverso diverse fasi, attraverso diverse consapevolezze: c’è anche molto da imparare su cosa significhi vivere in povertà. Su cosa è un’esigenza e cosa si credeva fosse un bene di prima necessità e del quale invece si può fare a meno. Ecco che in À pied d’œuvre si racconta anche, in qualche modo, quell’irrequieta volontà e quell’avido desiderio di tutto ciò che è materiale, che si può sentire di avere, di possedere, che è proprio. Quello che invece il protagonista di À pied d’œuvre cerca e sente è incorporeo, astratto, empirico. Viene dall’interno e non ha nessuna connessione edonista. Non dipende mai realmente dalla quantità delle proprie risorse o disponibilità.

À pied d’œuvre: valutazione e conclusione

Le privazioni nel film di Valérie Donzelli aumentano sempre di più e qualsiasi lavoro o professione che è sostentamento, deve avere un solo requisito: tempo libero per consacrare le proprie energie al servizio della scrittura. Per la trama che racconta, la stima di ciò che è essenziale si desume in ogni forma: dalla scenografia basilare, dai costumi che si ripetono più volte, spesso costituiti da vestiti non abbinati tra loro e messi uno sopra all’altro, alla fotografia che, sempre di stampo francese, è minimalista e predilige colori primari scuri e freddi. Basti pensare alle luci in casa tenute al minimo per ridurre i consumi e il piano seminterrato e buio dove il protagonista si trasferisce. La stessa recitazione, in particolare del personaggio principale, insieme alla sceneggiatura, sono misurate e controllate, fatte di semplicità e onestà, senza alcun artificio retorico, in contrasto con lo slancio creativo interiore che ha il personaggio protagonista.

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Regia - 0
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 2.5
Emozione - 3

2.5