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Se volessimo rintracciare due coordinate cinematograficamente primigenie del film A Perfect Fit, una risalirebbe addirittura agli albori del cinema d’inizio 900, quando l’allora pioniere Edwin S. Porter filmava in poco più di un minuto, l’arrivo di due donne in un negozio di scarpe e il conseguente dettaglio in primissimo piano della caviglia sempre più scoperta di una di esse, nel momento esatto in cui il commesso le sta allacciando un paio di scarpe. Attraverso quell’inquadratura proibitiva in The Gay Shoe Clerk (1903), innescando la passione maschile in un gesto volontario e seduttivo culminato con un bacio, il cinema per la prima volta scovava nei particolari del vestiario il potere di magnificare il corpo femminile e con esso l’accensione pulsante delle forme del desiderio. L’altra, molto meno seduttiva e ben più candida, è la favola di Cenerentola e la celeberrima scarpetta di cristallo persa durante il ballo, poi divenuta simbolo stesso del racconto disneyano del 1950 tratto da Perrault.

Ecco, il film Netflix diretto dall’indonesiano Hadrah Daeng Ratu e disponibile in piattaforma dal 15 luglio, si frappone esattamente in una via di mezzo tra la sedimentazione seduttiva del gesto del far indossare le scarpe e il contesto temperato e incontaminato della fabula ultra romantica, colmando la travagliata storia d’amore che va a tessere, con elementi folcloristici, magici e dunque profeticamente superstiziosi.

A Perfect Fit: artigianato e romanticismo nel film Netflix

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La storia è classica quanto elementare. Saski (Nadya Arina) è promessa sposa ad un ragazzo benestante ma colmo di pecche: incline all’aggressività di coppia e ai tradimenti, Dani (Girgino Abraham) è solito esercitare forme di controllo e di impeti violenti sporadici sulle donne, per poi chiedere scusa e tornare alla falsa bonarietà. Lei, fashion blogger e dal carattere remissivo, un giorno acquista un paio di sandali artigianali in un negozio in fase di ristrutturazione, gestito da un promettente calzolaio dal viso pulito e dall’animo gentile. Tra Saski e Rio (Refal Hady) scatta qualcosa di innegabile, e iniziano a trascorrere del tempo assieme ma chiaramente, lungi dall’avvicinarsi oltre il dovuto. Nel frattempo è Rio che diventa promesso sposo di una rampante compagna di affari (Anggika Bolsterli) che potrebbe valergli il salto di qualità nella scala sociale. Ça va sans dire, tutto andrà per il verso giusto e il sentimento autentico rimasto puro e platonico si coronerà su una spiaggia di Bali al tramonto.

Bali, per chi non può andarci…menomale che c’è il cinema

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Innocuo quanto per alcuni aspetti insospettabilmente godibile, A Perfect Fit rispecchia appieno l’attitudine mindfulness e posata della civiltà indonesiana, protetta da un invidiabile senso di pace e di riconciliazione con l’ambiente ancora incontaminato, il quale appunto, si ritrova nell’andatura del racconto stesso. La storia tra i due protagonisti infatti sembra avanzare senza alcune impennate emotive e per nulla travolgenti; eppure la pellicola è avvolta da una messinscena naturalistica talmente candida e affascinante da lasciar glissare perfino l’intento dozzinale dell’operazione, ovvero il dilemma sempreverde fra cuore e dovere famigliare/sociale. Non da meno lo è la riflessione, certamente soffusa, gentile e a voce bassa, della condizione delle donne nell’isola, costrette ad una mansuetudine obbligata e costringente che le vuole docili e di sostegno nella loro versione naturale di mamme e mogli.

Il film di Hadrah Daeng Ratu dunque, si muove fra la rom-com in stile video promozionale da tour vacanziero per l’aggiunta costante di elementi autoctoni, tradizionali e folcloristici e una dose di romanticismo vecchia maniera corroborato da una colonna sonora onnipresente e sguardi languidi che, evidentemente, nel cinema indonesiano è rimasta furtivamente lì imperterrita. Dedicato di certo a spettatori sognatori e malinconici, amanti delle belle scarpe e che, soprattutto, non possono permettersi un viaggio a Bali.