A Dragon Arrives! – recensione

Intreccio di generi, di tempo che sbalza dal passato al presente al futuro, di spazio, A Dragon Arrives! è una piacevole sorpresa per lo spettatore pronto a lasciarsi sedurre dal cinema d’autore.

Babak Hafizi, un agente segreto della Savak, la polizia dello shah, affascinante e pronto ad andare contro gli ordini per scoprire un mistero, viene interrogato da un superiore. Il film inizia con nervi tesi, i titoli di apertura appaiono dopo un quarto d’ora e la curiosità è allettata dai flash back in Qeshm, dove tutto ebbe inizio. Hafizi si reca lì per fare rapporto del suicidio di un esiliato per crimini politici. Arrivato lì, nella cella ricavata da una nave abbandonata nel deserto, si rende conto che qualcosa non quadra. Decide così di passarci la notte, vicino al cimitero maledetto, nonostante venga ammonito dal detto “La terra affamata quando mangia apre le sue fauci”. Infatti, dopo la sepoltura del carcerato, la terra ha tremato forte. Torna allora con un geologo, Homayoun Ghanizadeh, che millanta di conoscere tutto, e il suo amico tecnico del suono, Ehsan Goudarzi, che ama registrare i silenzi. Un trio bizzarro, dalle potenzialità perfette per l’impresa. Nella terra del diavolo il mistero della strana morte dell’oppositore politico si annoda alle vite degli abitanti, dell’agente locale della Savak e il guaritore/oculista/cacciatore di squali, Nader Fallah, della figlia scomparsa e della Savak e i suoi segreti politici.

In A Dragon Arrives! ogni inquadratura è un
gioiello che brilla

a dragon arrives!
Il trio improbabile viaggia nel deserto di Qeshm

Il tutto viene intervallato da una parte documentaristica dove il regista e il suo staff raccontano come hanno trovato le informazioni della storia da cui è tratto il film e intervistano le persone coinvolte. Dal passato si passa al futuro, i nostri giorni, mostrando come la verità attraversa la storia per svelarsi nella sua complessità e di come il cinema è in grado di raccontarla.

Ogni inquadratura è un gioiello che brilla con colori complementari, costituendo un equilibrio esemplare. Dagli occhiali verdi e blu di Ehsan, con la sua giacchetta fiorata a piume bianca, in linea con il dress code degli esuberanti anni ’70, ai palloncini che volano nel deserto, le lampadine per rilevare il terremoto, la Chevrolet Impala arancione del detective, sul deserto grigiastro che fa da sfondo, confondendosi con l’azzurro cielo.

Su questo sfondo i personaggi si muovono eclettici, stravaganti e decontestualizzati. Grazie al lavoro di regia e attoriale funzionano, sono veri, perché se l’aspetto gli toglie credibilità, le loro idee espresse con dolcezza e determinazione coinvolgono e assorbono. Lo spettatore si confronta con la realtà della storia e la fantasia della narrazione. Un mondo nuovo fatto di immagini e musiche che si incontrano e fluiscono. Il suono è così ben inserito e funzionale a sollecitare delle emozioni che viene metabolizzato quasi da diventare invisibile.

A Dragon Arrives!
Ehsan Goudarzi (Keyvan Hadda, il tecnico del suono)

La scena poi è sempre mostrata decentrata, il regista iraniano, Mani Haghighi, usa molte oggettive, fa vedere le reazioni dei personaggi prima di inquadrare ciò che le provoca; un film evocativo più che rappresentativo. Invece di “che cosa accade?”, ci chiediamo “cosa provoca?”. Alla fine non sappiamo quale mistero racchiuda Qeshm, ma ne usciamo comunque soddisfatti perché ogni cosa ha preso il suo posto e il soprannaturale ne ha uno nella realtà, che non si può risolvere. A dragon arrives! comunica con visioni, segnali, coincidenze, mettendo in relazione la vita e la morte: per trovare la ragazza bisogna uccidere un cammello, la calligrafia del carcerato è uguale a quella del fonico e la terra continua a scuotersi e mangiare.

Dopo l’esperienza del festival di Berlino A Dragon Arrives! è al cinema da martedì 28 giugno.

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