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A Siculiana, comunità di 4000 anime nel libero consorzio comunale di Agrigento, il 3 maggio di ogni anno – la festa di lu tri di Maju – viene portato in processione il simulacro di un Cristo nero. Tutti gli abitanti del paese si preparano con cura alla celebrazione: le donne vanno dall’estetista; gli uomini dal barbiere.

Con il documentario A Black Jesus Luca Lucchesi, palermitano di nascita e berlinese d’adozione, per anni aiuto-regista di Wim Wenders (che produce il film), si pone placidamente nella posizione d’osservatore delle contraddizioni che, dietro la coltre quieta di una società all’apparenza immobile, agitano la terra di suo padre e che si rivelano proprio in occasione della celebrazione più sentita, consentendo al cineasta di trovare il punto esatto di mediazione tra urgenza testimoniale e apertura allegorica di più ampio respiro.

Se, infatti, da una parte, la devozione al Cristo nero – “lo è diventato a causa dei suoi peccati“, spiega una signora alla parrucchiera che le aggiusta la frangetta, ma la sua storia è ben più complessa e ‘miracolosa’ – mantiene compatto il tessuto comunitario e unisce le generazioni, dall’altra, non tutti sembrano disposti ad ‘agire’ il messaggio di cui la leggenda del figlio di Dio è portatore, a traslarlo nella propria pratica di vita.

A Black Jesus, tra testimonianza del reale, impegno civile e allegoria

Luca Lucchesi è autore, regista, curatore della fotografia di ‘A Black Jesus’, film co-sceneggiato con Hella Wenders (sua moglie) e prodotto da Wim Wenders e Léa Germain.

All’arrivo a Siculiana, che s’affaccia sulle coste africane, di alcuni giovani migranti ghanesi che hanno abbandonato la terra natia per cercare in Europa non solo condizioni di vita materiali migliori, ma anche opportunità maggiori di conoscenza e autodeterminazione, soprattutto gli anziani del paese sembrano aver reagito con sospetto e paura. I più anziani, ben lontani dall’essere i ‘saggi’ del paese, non hanno compreso che quella che è loro apparsa come l’invasione dello straniero è, in verità, ‘semplice’ domanda d’amore da parte di ‘cristi neri’ che sono scesi dalla croce e si sono fatti carne, pellegrini in cerca di un riparo, figli della privazione e della ferocia sospinti dal desiderio (e dalla speranza) d’appartenere e di condividere.

Tra gli adulti, soltanto il prete e l’insegnante del paese – non a caso, le due figure che tradizionalmente offrono una guida alla comunità – danno prova di non aver smarrito il senso ultimo della loro vocazione all’impegno, la consapevolezza profonda che, più che un’identità, l’essere umano è una relazione, un continuo rinegoziare chi è nel rapporto, sempre spiazzante e così generativo, con l’altro da sé. Nell’abbandonarsi a ciò che l’altro chiede non vi è la resa, ma l’espressione della maturità, della pienezza del vivere che non disconosce, ed anzi onora, la promessa beatifica della novella cristiana.

A Black Jesus: il ritorno di Luca Lucchesi alla terra del padre e alla sua devozione solo formale al culto del diverso

Un affare di famiglia: Lucchesi, oltre ad aver scritto il film con la moglie Hella Wenders, si è fatto affiancare dalla sorella Chiara nella veste di aiuto-regista.

Lucchesi, non solo autore e regista ma anche direttore della fotografia, ‘scrive’ con gesto deciso ma non didascalico la luce abbacinante del Sud, trasformando la materia di cui è fatta nel sovrasenso trascendente proprio della parabola: le persone che ‘inscenano’ per rievocare – dunque, ricordare, dare corpo alla memoria – il calvario della sacra famiglia, rigettata nel momento in cui si umilia a chiedere e, infine, mostratasi a chi non ne ha voluto sapere nella sua condizione di santità, sono le stesse che, dismessa la finzione, non riescono a replicare nella vita reale il comportamento simulato sul palcoscenico allestito per il folclore, e così, paradossalmente sconfessano ciò in cui platealmente hanno giurato di credere, cacciando chi, come Cristo, come il Cristo nero del loro culto, chiede loro di aprire una porta, un porto.

Intorno a un tale ‘paradosso’, al ‘fuori logica’ rappresentato dallo scollamento tra devozione formale ed effettiva indifferenza Lucchesi costruisce questo suo documentario dal contraccolpo politico, pur nell’obliqua riluttanza a barattare la sostanza lirica della rappresentazione con il dettato della rivendicazione civile.

Ai più giovani, i ragazzini che ancora ‘sostano’ nel tempo non rabberciato dell’interrogarsi sulle cose essenziali per prepararsi a viverle, resta il compito, trasmesso dalla scuola più che dalla famiglia, di ripensare un futuro possibile, un futuro in cui portare sulle spalle il Cristo nero non sia più solo ritualismo, ma la gioia affatto sacrificale di assumersi il dolore dell’altro per renderlo ‘confuso’ tra i più, e dunque può leggero per il singolo: è a loro che il regista riserva il suo sguardo più alto, sorretto da fede autentica. Una fede laica, e salvifica nella sua laicità.