Cannes 2017 – 120 battiti al minuto: recensione del film di Robin Campillo

120 battiti al minuto si insinua nel cuore della vita e della battaglia personale e sociale di un gruppo di attivisti, determinati a far cadere i tabù sull'AIDS. Una malattia che può essere combattuta solo non chiudendo gli occhi.

120 battiti al minuto, il film di Robin Campillo presentato In Concorso nella Selezione Ufficiale di Cannes 2017, si apre mostrando la vita quotidiana di un gruppo di attivisti dell’ Act Up-Paris che, nei primi anni ’90 hanno cominciato a far sentire la loro voce per sovrastare l’indifferenza – o peggio – il rifiuto di approcciare la problematica dilagante dell’AIDS dalla prospettiva fondamentale della prevenzione.

Un gruppo di giovani e di adulti i cui figli sono stati già vittime della malattia, determinati a sensibilizzare enti e cittadini comuni circa la necessità di affrontare la questione, anziché chiudere gli occhi per evitare di “terrorizzare” la popolazione con la minaccia di una malattia che ancora veniva vista (e si teme accada tutt’oggi) come una condizione legata a fasce sociali considerate riprovevoli, come tossicodipendenti ed omosessuali.

120 battiti al minuto

A capo di tale organizzazione Thibault (Antoine Reinartz), Sophie (Adèle Haenel) e il mattatore Sean (Nahuel Perez Biscayart), un ragazzo vitale e coraggioso, determinato a non vergognarsi della sua condizione di omosessuale sieropositivo e a vivere come qualunque altro giovane della sua età, con spavalderia ed entusiasmo.

Tra una manifestazione e l’altra, alle quali seguono sempre arresti e tafferugli con la polizia, il gruppo di amici combatte a testa bassa la sua battaglia, consapevole di non poter fare molto ma deciso a non mollare, pena un oblio e un oscurantismo che non può essere altro che sinonimo di morte, per loro e per chi – per colpa del bigottismo delle istituzioni – non conosce a fondo la malattia e le modalità di contagio, spesso molto meno scandalose di quanto si pensi.

Quando Nathan (Arnaud Valois) entra a far parte del gruppo, pur non essendo sieropositivo, la sua sensibilità colpisce a fondo Sean e tra i due nasce una profonda e appassionata storia d’amore, fatta di grande rispetto reciproco e fiducia, un dono che aiuterà entrambi a maturare e a prendere completa consapevolezza della malattia e del senso dei legami.

120 battiti al minuto

120 battiti al minuto: uno spaccato di vita reale per far cadere ogni tabù sull’AIDS

Senza esplicitare alcun intento di sensibilizzazione sociale o cambiamento, 120 battiti al minuto si presenta – sin dalle prime scene – come uno spaccato di vita reale, che descrive minuziosamente le dinamiche e le problematiche che ruotano attorno alla malattia ancora oggi ma che negli anni ’90 – picco dell’epidemia in Francia – erano ancora oscure o nebulose. Nel raccontare le storie che li hanno portati a contrarre o conoscere l’ HIV, i protagonisti lasciano emergere l’assoluta non eccezionalità delle proprie vicende personali, riportando ordine e coerenza nell’immaginario di chi ancora vede questo tipo di malati così distanti dalla gente comune.

La telecamera di insinua nei dibattiti e nelle azioni del gruppo di attivisti, seguendone fallimenti e successi senza alcun intento apologetico, semplicemente per far uscire dall’ombra la realtà di persone e di malati come tanti, ma irragionevolmente discriminati.

Il film di Robin Campillo riesce così a conferire un volto ed una dignità alle tante persone morte nell’ombra, scandendone le battaglie e la vita privata a ritmo di una musica house che appare come l’unico momento in cui i protagonisti riescono a sentirsi leggeri, danzando sulla vita che hanno vissuto e che ancora li aspetta, nonostante le innumerevoli difficoltà.

Battiti provenienti dalle percussioni ma anche da un ritmo cardiaco che si affanna per la  paura di non farcela, di rallentare da un momento all’altro e perdere la battaglia, quando invece avrebbe ancora tanto da fare e da dire.

120 battiti al minuto

120 battiti al minuto  lascia che lo spettatore si immerga in tale realtà, conoscendola per una volta davvero da vicino e riuscendo a scomporre i tanti pregiudizi che ruotano ancora attorno al mondo dell’AIDS e dell’omosessualità. Non un grido d’aiuto ma un semplice ed autentico riconoscimento, per non dimenticarsi di chi ha avuto la sfortuna di incontrare sul proprio cammino una malattia come altre ma ancora irrazionalmente accompagnata da una repulsione che risiede in concezioni superstiziose, prive di fondamento ma purtroppo non ancora superate.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 4
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.5