Unbreakable Kimmy Schmidt – stagione 4: recensione della serie Netflix

Netflix ha scritto la parola "fine" sulla serie Unbreakable Kimmy Schmidt dopo quattro stagioni: ecco la nostra recensione degli ultimi episodi

Nel favoloso mondo dello spettatore televisivo ci sono enormi misteri irrisolti. Come è possibile che The Big Bang Theory abbia avuto un tale successo? Come fa uno show come The Americans a non riuscire a diventare un cult? Quale strano fascino riesce a esercitare Grey’s Anatomy sulle persone? Per quale legge cosmica Unbreakable Kimmy Schmidt è tanto sottovalutato? Lo show Netflix è arrivato alla sua conclusione: il 25 gennaio il servizio streaming ha fatto apparire un “The End” rosa sul cielo in dissolvenza chiudendo la storia di Kimmy, Titus, Jacqueline e Lillian.

Unbreakable Kimmy Schmidt è sopravvissuto per quattro stagioni alla ghigliottina di Netflix grazie soprattutto al suo successo oltre oceano. Quest’ultima stagione è stata divisa in due parti da 6 episodi l’una, raccontando un arco che – come mai – si è concentrato sulla crescita personale di Kimmy, sulla sua ricerca di un’identità che sia davvero solo sua.

Di cosa parla Unbreakable Kimmy Schmidt?

Come forse già sapete la serie racconta la storia di una ragazza dell’Indiana (Ellie Kemper) che riesce a fuggire dopo 15 anni di prigionia dal bunker nel quale era rinchiusa insieme ad altre 3 donne. Il loro aguzzino era “il reverendo” (interpretato da Jon Hamm) un manipolatore che aveva rapito e segregato le sue vittime, facendo loro credere che nel frattempo fosse arrivata l’Apocalisse. Kimmy aveva 15 anni quando è entrata nel bunker: ora ne ha 30, il mondo è cambiato e lei è pronta a riprendersi la sua vita.

Kimmy parte per New York e si scontra con le difficoltà della Grande Mela. Incontra Titus Andromedon (Tituss Burgess) un attore che fatica a ottenere la grande occasione, Lillian (Carol Kane) la bizzarra padrona di casa e Jacqueline (Jane Krakowski), una donna-trofeo dell’Upper East Side. Nel corso delle successive stagioni il gruppo ci porta in situazioni irreali, attraverso ostacoli che rappresentano con metafore volutamente malcelate i problemi fin troppo reali che ognuno di noi incontra ogni giorno.

Unbreakable Kimmy Schmidt Cinematographe

Unbreakable Kimmy Schmidt è un inno al femminismo senza ipocrisie: recensione della quarta stagione

Più di tutto Unbreakable Kimmy Schmidt è divertente. Immensamente divertente. È irreale, folle, ridicolo. I personaggi sono caricature volutamente iperboliche e la scrittura – che presenta in maniera profondissima lo zampino di Tina Fey, che è anche produttrice –  è spesso psichedelica, al limite del borderline. Eppure non è questo l’aspetto più importante della serie. La frase simbolo dello show (presente persino nella sigla che non fatica in nessun mondo a rimanerci incastrata in testa) è “Females are strong as hell“: le donne sono dannatamente forti. Sì, perché se c’è un filo rosso che guida l’intera storia di Kimmy è quello del femminismo, dell’empowerment senza ipocrisie.

Kimmy rappresenta una donna che ha sofferto. Con toni sempre leggeri ci viene fatto capire che certo, nei flashback il bunker ci viene mostrato come un luogo buffo e le donne sono spesso ridicolmente ingenue, ma non dobbiamo dimenticarci che quelle stesse donne sono state rinchiuse per 15 anni da uno squilibrato, costrette a eseguire i suoi ordini, spesso di natura sessuale.

In generale Unbreakable Kimmy Schmidt è un enorme esorcismo della sofferenza, delle costrizioni sociali, dei fallimenti del femminismo, il tutto condito da un umorismo non-sense. La grande lezione che la serie vuole dare ai suoi protagonisti e ai suoi spettatori è che il nostro passato, i nostri errori, le scelte sbagliate e i torti subiti contribuiscono alla nostra costruzione come individui, ma non ci definiscono. Vanno accettati, ammessi, accolti, ricordandoci di non dargli troppo potere su quello che ci aspetta in futuro.

Unbreakable Kimmy Schmidt Cinematographe

Il finale di Unbreakable Kimmy Schmidt: attenzione, spoiler!

Il viaggio di Unbreakable Kimmy Schmidt è stato un viaggio adorabile e soddisfacente. È finito troppo presto? Forse. Forse le regole dell’audience hanno vinto e forse quando qualcosa è sottovalutato, rimane tale senza se e senza ma. La serie e la sua writer’s room si sono ritrovati a dover concludere in maniera coerente e degna un percorso che forse aveva bisogno di più tempo per districarsi nella maniera giusta, ma che in qualche modo è riuscito ad andare nella direzione migliore.

Kimmy – l’iperpositiva e spesso irritante Kimmy – ha avuto interessi amorosi, amicizie stancanti, fallimenti lavorativi. Tutto questo, però, ha portato alla realizzazione personale che – senza dubbio – era stato l’obiettivo principale fin da quando è emersa dall’oscurità del bunker. Kimmy voleva cambiare il mondo una persona alla volta e in qualche modo la serie ci ha mostrato proprio questo. Se guardiamo ai personaggi di Titus e Jacqueline delle prime puntate, per esempio, osserveremo individui completamente diversi, con traguardi quasi opposti a quelli che hanno raggiunto alla fine della serie (Lillian è sempre la solita folle vedova newyorkese, ma tant’è). La gioia snervante di Kimmy è riuscita a scuotere le cose, in fondo.

Unbreakable Kimmy Schmidt non è mai stata una serie perfetta. Quell’umorismo non è mai stato per tutti. Quei personaggi – se presi con l’atteggiamento sbagliato – sembrano tagliati con l’accetta e bizzarri, troppo bizzarri per riuscire a mantenere alta la nostra attenzione. Eppure, se riusciamo a entrare senza preconcetti nel mondo di Kimmy, ci accorgiamo di quanto riesca consapevolmente ad aiutare i suoi spettatori, a consigliarli e a permettere loro di guardare ai problemi quotidiani – reali, troppo reali – con occhi nuovi perché in fondo qualsiasi cosa può essere sopportata per 10 secondi alla volta.

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 4

3.6

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