voto del pubblico 4.0/5
voto finale
3.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Facendo tesoro degli errori passati, la terza stagione di True Detective – serie antologica HBO, e prodotto di punta della nuova stagione di Sky Atlantic – riparte da dove aveva iniziato, recuperando cioè le cupe atmosfere dell’irraggiungibile first season interpretata da Matthew McConaughey e Woody Harrelson e abiurando l’annata numero due in effetti priva dell’alone misterico dell’originale e ridotta a semplice dramma poliziesco. Si torna dunque al profondo sud americano: non più la Louisiana depressa e morente del detective Rust Cohle, ma l’altopiano di Ozark, terra di nessuno fra l’Arkansas e il Missouri in cui si muove il tormentato agente afroamericano Wayne Hays.

La potenza di True Detective è data prima di tutto dalla sua capacità di creare protagonisti credibili, con un background solido e convincente. Prima della storia vengono i personaggi, e non c’è dubbio che il “Purple” Hays di Mahershala Ali (primo attore di fede musulmana a vincere l’Oscar nel 2017, grazie a Moonlight) risponda a questa fondamentale caratteristica, restituendo allo spettatore l’idea di un essere umano ossessionato da un caso irrisolto risalente a più di trent’anni prima, circondato da fantasmi esistenziali e lavorativi che lo consumano col passare dei mesi, degli anni e dei decenni.

True Detective: il triplo piano temporale

True Detective 3 Cinematographe.itPur rientrando nei ranghi di una narrazione che sacrifica la sperimentazione riportandoci nei lidi sicuri di una scrittura già masticata e digerita in passato, l’ideatore Nic Pizzolatto ci regala un nuovo affascinante virtuosismo: la vicenda si svolge in ben tre differenti piani temporali, che continuamente si mescolano fra loro contribuendo al completamento del mosaico. C’è il 1980, anno in cui i due fratelli Purcell (di 10 e 12 anni) scompaiono nel nulla nel pomeriggio di un giorno qualsiasi; c’è il 1990, in cui il caso viene riaperto a causa di una curiosa e inaspettata scoperta; e c’è il 2015, con Hays ormai 70enne e affetto da Alzheimer invitato a rilasciare un’intervista per un programma televisivo dedicato ai casi irrisolti della storia recente.

A West Finger, in un’atmosfera plumbea e densa di inquietudine e tensione, tutti sembrano sapere qualcosa in più di quanto siano disposti ad ammettere, tutti sembrano nascondere qualcosa di fondamentale e risolutivo per le indagini. A partire dai genitori dei ragazzi, separati in casa e poco disposti a collaborare con la polizia; passando per un gruppo di adolescenti che ha visto i ragazzini aggirarsi nelle vicinanze in bicicletta nel giorno della loro scomparsa; e arrivando all’uomo della spazzatura, una sorta di barbone malvisto dagli abitanti del quartiere. Passato, presente e futuro: True Detective mescola con maestria le tre diverse epoche in cui si svolgono gli eventi, tornando a quel “Time is a flat circle” (letteralmente, “il tempo è un cerchio piatto”: tutto quello che abbiamo fatto o faremo, continueremo a farlo all’infinito) che era stato uno dei leitmotiv della prima indimenticabile stagione.

True Detective: tra la guerra del Vietnam e le Pantere Nere

True Detective 3 Cinematographe.itLa sceneggiatura di Pizzolatto – coadiuvato in fase di scrittura dal regista Jeremy Saulnier, già dietro la macchina da presa in Blue Ruin (2013) e nel disastroso originale Netflix Hold the Dark (2018) – semina svariati riferimenti storico-culturali utili al prosieguo del racconto. In cima alla lista c’è il Vietnam, da cui tutti sembrano per un motivo o per un altro reduci: lo stesso Hays, in guerra “segugio” da ricognizioni a lungo raggio; il suo collega Roland West (carattere per ora pochissimo sviluppato, ma attendiamo fiduciosi); e il sopraccitato vagabondo Woodard, che durante un interrogatorio domanda sibillino “Siete mai stati in un posto che non potevate lasciare e in cui non potevate allo stesso tempo rimanere?”.

Ma il demone principale contro cui Hays deve combattere è senza ombra di dubbio il razzismo strisciante, filtro attraverso cui tutti osservano il suo operato diffidando delle sue buone e reali intenzioni. Nel momento in cui nella vita del protagonista entra l’insegnante Amelia Reardon, ex membro delle Pantere Nere e da subito connessa alla sparizione dei bambini, il cerchio si chiude: sarà necessario, nel corso di queste nuove otto puntate, tenere sempre bene a mente il sottotesto della discriminazione razziale e dei privilegi di cui godono i bianchi solo per diritto di nascita. Perché la giustizia non è uguale per tutti.

True Detective: il tempo passa in fretta

True Detective 3 Cinematographe.it

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Fra un balzo temporale e l’altro, comprendiamo col passare dei minuti come il detective Hays sia profondamente cambiato nel corso degli anni. Se negli anni ’80 il personaggio è quadrato e inamovibile, cane sciolto che non deve rendere conto a nessuno se non alla propria coscienza, nei ’90 lo ritroviamo più pacificato e morbido, padre di due figli e conscio che ogni propria azione ricadrà inevitabilmente sul benessere della propria famiglia. Ma è l’Hays del 2015 a stupire, soprattutto alla fine del secondo episodio: ci troviamo di fronte a un uomo che a fatica riesce a far ordine nei propri ricordi, a causa di una malattia degenerativa che ne mina la lucidità e l’emotività.

Il fatto che una parte della storia passi attraverso le memorie incoerenti e – forse – inattendibili di quest’ultima evoluzione del personaggio rimescola ulteriormente le carte, chiedendo uno sforzo in più in chi guarda e sottolineando la qualità sopraffina di un prodotto che se, da un lato, ha perso lo smalto degli inizi, dall’altro sta cercando saggiamente di cambiare pelle e modificare la propria essenza. Le premesse ci sono, gli spunti abbondano e dopo due episodi siamo agganciati a una nuova oscura e ramificata indagine. Come dice Hays, “Il tempo passa in fretta”: si può guardare ai fasti del passato, ma cercando di superarli e di non restarne imprigionati per sempre.