The Sinner – Stagione 2: recensione della serie tv con Bill Pullman

Il tenebroso detective Harry Ambrose è di fronte ad un nuovo atipico caso di omicidio. L'assassino è già noto, l'obiettivo dell'indagine è un altro: perchè ha ucciso?

Non solo originali Netflix, Amazon Prime Video ed HBO. Nel 2017 la rete televisiva via cavo Usa Network (normalmente dedita ad una programmazione generalista) mette in cantiere la realizzazione della serie tv The Sinner, tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice tedesca Petra Hammesfahr. Il progetto prevede una unica stagione auto-conclusiva, per intrattenere i telespettatori americani durante l’estate. Senza pressioni e senza particolari aspettative, il risultato supera le aspettative: gli otto episodi conquistano pubblico e critica, ottenendo candidature ai Golden Globe e agli Emmy Award (che non si trasformano in premi, a causa della concorrenza spietata di Big Little Liars e Seven Seconds).

Si decide quindi di dare un degno prosieguo alla storia, che diventa una narrazione antologica: nei nuovi episodi – programmati in Italia da Premium Stories, e acquistati dopo la loro realizzazione proprio da Netflix – cambia il cast e si costruisce una vicenda ex novo, confermando all’opposto lo stile e la struttura degli eventi. Dal caso di Cora Tannetti (interpretata da una sorprendente Jessica Biel, che si ritaglia per la second season il ruolo di produttrice esecutiva) si passa a quello del 13enne Julian Gross, che sconvolge la piccola comunità di Keller, cittadina situata nella parte settentrionale dello stato di New York.

The Sinner: universi condivisi, personaggi ricorrenti

A conquistare, nel lavoro dello showrunner Derek Simonds (carneade con almeno un illustre precedente: è fra i produttori di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino) è il piccolo/grande tentativo di sabotaggio interno di un genere: se è vero che la caratteristica principale del giallo mystery è quello della caccia al colpevole, The Sinner va controcorrente mostrandoci fin dall’incipit l’autore del delitto. Il gioco, rispetto alla prima stagione, è al rialzo, perché tutta l’attenzione è rivolta verso un pre-adolescente, che in una stanza d’albergo elimina con un abile stratagemma quelli che sembrano essere i suoi genitori.

Non si va a caccia del chi, palese ed evidente a tutti, ma del perché, e a occuparsi del caso è nuovamente il poliziotto Harry Ambrose, chiamato in causa non solo perché nato e cresciuto proprio a Keller, ma anche perché reduce dal successo ottenuto con il processo a Cora Tannetti. Siamo dunque di fronte ad un universo condiviso, che sotto certi punti di vista – con le dovute proporzioni – ricorda sia Sharp Objects (il ritorno del protagonista alle sue origini, con corollario di incubi e fantasmi da scacciare) che True Detective, per la sua accurata disamina della psicologia del personaggio principale.

The Sinner: la vittima è il carnefice

Come nella prima stagione (che, tuttavia, ci è parsa più centrata e solida), anche in The Sinner 2 abbondano le atmosfere inquietanti e morbose. Nella mente umana albergano paure, colpe e traumi che rendono impossibile (e inutile, e falsificatoria) la distinzione netta fra vittime e carnefici. Cora Tannetti, con le sue cicatrici sulle braccia, la sua memoria confusa e la sua personale storia di segregazione, raccontava un mondo oscuro e malato che a suo modo si specchiava nell’universo del medesimo Ambrose; con il giovane Julian Gross, il focus si sposta altrove. Sulla gioventù di Ambrose, ad esempio (che rivive di continuo l’episodio che ha cambiato per sempre la sua vita a Keller), ma anche sulla sinergia con l’ambiente circostante.

Non potendo creare una connessione verosimile con il ragazzo, il tormentato detective instaura un rapporto privilegiato ed esclusivo con Vera Walker, tutrice di Julian e leader della comune utopica situata a Mosswood Grove. A Mosswood si segue una diversa idea di democrazia, di condivisione e di religione. Nessuno vuole metter piede in quel microcosmo auto-sufficiente che assomiglia a una setta, forse perché tutti sotto sotto ci hanno già avuto a che fare. La verità, ancora una volta, diventa relativa, soggettiva e parziale; i martiri diventano oppressori, e viceversa.

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The Sinner: il prezzo dell’originalità

Sfidando le convenzioni e gli automatismi del crime drama, The Sinner incappa qua e là in alcune leggerezze, in alcune forzature. Sia la prima che la seconda stagione necessitano di un buon atto di fede da parte di chi osserva, per risultare credibili e sostenere la sospensione dell’incredulità. La sfida alla logica e al luogo comune – che già è la colonna portante dello show – porta ad alcune coincidenze troppo implausibili (in particolar modo riguardanti il personaggio di Heather, la promettente poliziotta che chiede l’aiuto di Ambrose), e ad un turning point risolutivo che fa perlomeno alzare il sopracciglio in segno di perplessità.

Ma The Sinner vince la sua battaglia sul terreno dell’empatia e del coraggio: la fallibilità e la fragilità del detective Ambrose conquistano (ed è merito anche di un ritrovato Bill Pullman), e l’incedere obliquo della narrazione risulta pertinente e coinvolgente. Nel mare della serialità televisiva contemporanea, ci piace pensare a The Sinner come ad un piccolo prodotto di qualità che brilla in seconda fila, lontano dalla luce accecante dei riflettori, che si è guadagnato sul campo la sua significativa e meritata nicchia di popolarità.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.2

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