voto del pubblico 2.8/5
voto finale 2.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Disponibile dal 18 agosto 2021 su Netflix, la serie TV The Defeated parte dal presupposto che tutti i bambini tedeschi, nessuno escluso, conoscono una fiaba nera. È molto popolare. Si tratta della storia di Max e Moritz, fratelli pestiferi, e anzi proprio sadici, che orchestrano e attuano senza rimorso tremendi scherzi ai danni di innocenti malcapitati. Alla fine, però, i due cadono vittime della loro stessa malvagità, perché il male, anche se non viene punito, genera sempre altro male, e non è detto che chi lo agisce non finisca, inaspettatamente, per subirlo.

Al racconto allegorico per l’infanzia si è ispirata anche la mamma tedesca del poliziotto Max McLaughlin (Taylor Kitsch), il quale da Brooklyn, l’anno successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, arriva a Berlino per dare la caccia al boss della mala Gladow (Sebastian Koch), altrimenti noto come Engelmacher, “Creatore d’Angeli”. Eppure, non è solo l’impegno lavorativo a spingerlo nella capitale tedesca: lì cerca, infatti, anche di ritrovare il fratello Moritz, apparentemente animato da un inquietante impeto da giustiziere.

The Defeated: cast ‘misto’ di grandi attori, poco valorizzati dalla sceneggiatura

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Nina Hoss e Taylor Kitsch, gli attori protagonisti della serie, rispettivamente nelle parti di Elsie Garten e Max McLaughlin

Dramma storico, detective story, thriller spionistico, The Defeated è caotico quanto lo scenario che riproduce: la Berlino sventrata dell’immediato secondo dopoguerra, con fantasmi nazisti, che si aggirano tra le macerie di un profilo urbano e di un tessuto sociale tutto da ricostruire, e Russi in carne e ossa, che trafficano per impadronirsene.

La produzione della serie, divisa tra Germania e Canada, si avvale di un cast misto: attori statunitensi – Michael C. Hall, che interpreta Tom Franklin, e Logan Marshall-Green, nel ruolo di Moritz McLaughlin, fratello di Max, tra gli altri, mentre il protagonista Kitsch è canadese – vengono affiancati da colleghi tedeschi di grande spessore: basti citare Nina Hoss, nella parte della detective tedesca Elsie Garten, e Sebastian Koch, che recita in quella del Dottor Werner Gladow.

Stupisce, allora, che attori tanto esperti abbiano dato vita a un prodotto così poco memorabile: The Defeated, al di là del fascino dell’ambientazione, non riesce, infatti, a superare una serie di difetti strutturali che ne ostacola l’andamento ritmico e la credibilità.

La ricostruzione storica è, infatti, a ben guardare, approssimativa e, più che ricreata, l’epoca in cui le vicende hanno luogo, è a malapena evocata. Ogni cosa rappresentata appare posticcia: la patina noir, gli spazi in cui si muovono i personaggi, le espressioni da loro utilizzate, le dinamiche intersoggettive, le inquietudini personali o sociali che li agitano.

The Defeated: ambientazione affascinante, ma ricostruzione storica approssimativa e artificiosa

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‘The Defeated’ è ambientata nel 1946, a Berlino

Difficile, inoltre, appassionarsi a una storia non solo debole nell’impostazione, ma anche e soprattutto ‘sfrangiata’, sino al suo completo annichilamento, da trame secondarie che non trovano urgenza.

Al cospetto di drammi assimilabili, in cui, però, la ricostruzione storica, compiuta, s’armonizza perfettamente con lo scandaglio psicologico, con le atmosfere torbide e con la mystery storyline, come ad esempio il superbo Babylon Berlin (Sky), o di serie di produzione tedesca di grande qualità sia estetica sia narrativa come Dogs of Berlin (Netflix), The Defeated arretra e scompare nella confusione di titoli realizzati soltanto per fare numero.

Una maggiore compattezza d’intenti narrativi avrebbe senz’altro giovato, ma il limite più significativo resta l’artificiosità della riproduzione dell’epoca storica nonché la caratterizzazione ingenua – è un eufemismo – dei personaggi.

Del tutto assente, e se ne sente molto la mancanza, l’eros: non solo i personaggi non paiono interessati alle questioni sentimentali o anche solo sessuali, ma mancano del tutto di energia vitale, di quel prurito di vivere che trasforma i corpi in corpi animati, viventi, autonomi rispetto alla loro funzione meccanica di motore narrativo. Non è plausibile, sebbene il tempo dell’ambientazione sia caratterizzato dal dolore e dal lutto della guerra, che tutto si riduca al cinismo e alla ferocia.

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