The Bear: recensione della serie su Disney+ con Jeremy Allen White

Jeremy Allen White (Shameless) è il protagonista di The Bear, serie Tv su Disney+ dal 5 ottobre 2022 che ci parla di cucina, di amore, di morte e di vita. Allacciate le cinture.

In estrema sintesi. The Bear è una delle serie Tv più intense, sincere ed efficaci degli ultimi tempi. Basta così? No, la cosa merita di essere approfondita un po’ di più.  Arriva su Disney+ il 5 ottobre 2022, creata da Christopher Storer, che si incarica di dirigere anche alcuni episodi, con un bel cast che comprende Jeremy Allen White, Ebon Moss-Bachrach, Ayo Edebiri, Lionel Boyce, Liza Colón-Zayas e Abby Elliott. È ambientata a Chicago e il cibo in questa storia gioca un ruolo molto importante.

The Bear cinematographe.it

Cibo e sentimenti, perché The Bear, dietro una premessa narrativa semplice semplice, propone tutta una serie di verità emotive forti, su vita, morte, creazione e soprattutto famiglia; riflessioni, queste, che non tendono a passare inosservate. È una serie urlata ma non superficiale, sopra le righe anche se al fondo ha una sobrietà e una compostezza che la “rumorosità” (sorry) della confezione non può nascondere oltre un certo punto. È ambientata in un posto che si chiama The Original Beef of Chicagoland.

The Bear: rimettere in piedi un locale per rimettere in piedi la propria vita

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Carmen Berzatto detto Carmy (Jeremy Allen White) è un prodigio della cucina di livello top, aristocrazia internazionale dei fornelli, lavora in uno dei migliori ristoranti del mondo e sembra proprio avercela fatta. Allora perché a un certo punto molla tutto per andare a prendersi cura della paninoteca di famiglia? The Original Beef of Chicagoland è un’istituzione nel quartiere, economicamente col fiato corto ma con una clientela affezionata e stabile. In nessun modo, però, si può paragonare a quello che la vita ha riservato a Carmy fino a quel momento. C’è qualcosa sotto.

Carmy torna a casa e si rimbocca le maniche perché il locale gli sta a cuore e c’è sicuramente margine di manovra per migliorarlo. Non affronta la tempesta da solo, arriva a dargli una mano come provvidenziale sous chef (sotto lo chef), letteralmente il secondo in grado nella brigata di cucina, Sydney Adamu (Ayo Edebiri). Si parla di brigata di cucina e questo non è un caso; The Bear non si fa scrupolo a raccontarci la sua verità, frenetica e ad alto tasso di adrenalina, sulla vita dietro ai fornelli. Far funzionare un ristorante come si deve richiede disciplina, rapidità, creatività e talento. The Original Beef sembra mancare di una buona parte di queste qualità, ma è solo un’illusione ottica. Sydney e Carmy lottano per attenersi a un certo standard e intanto fanno i conti con i loro fantasmi privati.

La posta in gioco non consiste, solo, nel riportare in alto il locale. La vera battaglia è di tipo spirituale. Carmy, che è il protagonista di una serie che non dimentica comunque la sua natura essenzialmente corale, è tornato a casa perché il fratello Michael, che fino a quel momento aveva gestito la paninoteca, si è tolto la vita. Riprendere le fila dell’attività di famiglia significa, per il protagonista, trovare un senso alle cose, rimettersi in gioco ed elaborare il lutto. Gli ostacoli sono tanti. Con la sorella Natalie (Abby Elliott) le cose vanno a intermittenza. I collaboratori nella paninoteca fanno un po’ di resistenza ai cambiamenti imposti insieme a Sydney, in particolare c’è una rumorosa eredità del fratello morto, Richard “Richie” Jerimovich (Ebon Moss-Bachrach), manager del locale nonché miglior amico di Michael, che non riesce a non mettersi nei guai.

Cuore, realismo e fornelli. Questa è la ricetta di The Bear

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C’è caos. Caos ai fornelli, caos nell’anima, caos nel passato e nel presente. The Bear è una serie veloce, nervosa e dannatamente rumorosa. La confusione in cucina è un mix di nervi a pezzi, umorismo e amore. Come ogni famiglia che si rispetti, intreccia rimpianti, recriminazioni e solidarietà. È l’inferno quotidiano di cui non possiamo fare a meno, anche quando lo mettiamo in discussione e sembriamo allontanarcene. Soprattutto in quei momenti. Christopher Storer capisce che c’è un punto oltre il quale il rumore della serie finirebbe per nascondere tutto il resto. Per dare sostanza all’operazione, occorre sapere quando e come fermarsi. Il punto di forza di The Bear è una scrittura intelligente, che sa bilanciare gli eccessi collettivi lavorando di fino sulla definizione delle psicologie.

Vale per l’istinto e il genio di Carmy, che è poco o nulla narcisista. Vale per Sydney. La sua lucida creatività non ha nulla di pedante né la storia si preoccupa di disegnare per lei un percorso ruffianamente femminista. Vale soprattutto per la genuinità degli abitanti del locale; un’anima popolare, non populista. C’è un’armonia abbastanza naturale che lega l’interno e l’esterno, la cucina e l’intimità. Lo show è claustrofobico e nervoso e non è costruito per compiacere lo spettatore ma per portarlo dentro il cuore di certi conflitti che, a guardarli in faccia, parlano a ciascuno di noi. La cucina di The Bear, con i suoi fantasmi, i forti legami e la volontà di riscatto, l’abbiamo frequentata tutti, una volta o l’altra.

Ci sono anche cose che funzionano meno, una fretta poco ragionata proprio sul finale, che porta la storia lì dove vogliono gli autori, niente spoiler, fin qui non c’è nulla di male, ma in un modo troppo sbrigativo per crederci fino in fondo. Nulla che non si possa aggiustare con una seconda stagione. The Bear è una serie riuscita perché sa dove vuole arrivare e come arrivarci. Non propone, nella forma e nella sostanza, niente di veramente originale ma va dette che, molto semplicemente, i suoi progetti sono altri. Sceglie di puntare sulla verità dell’offerta e centra il bersaglio.

The Bear Disney+ - Cinematographe.it

Mescola crudo realismo e incursioni oniriche, una risata su un fondo di malinconia e rimpianto. Alcune soluzioni sono molto interessanti, c’è questa idea di riflettere nei personaggi che gli stanno intorno la personalità problematica del protagonista, Jeremy Allen White. La metà autodistruttiva e giocosa (Ebon Moss-Bachrach) e quella più trattenuta e ragionata (Ayo Edebiri). Tutt’intorno bella musica, un’immagine nervosa accompagnata a un montaggio frenetico senza mai rinunciare a un’eleganza di fondo. E un notevole lavoro sull’atmosfera. Molto bene.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3.5
Recitazione - 4
Sonoro - 4
Emozione - 4

3.8

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