voto del pubblico 4.5/5
voto finale 3.4/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Continuiamo a pensarla allo stesso modo: sebbene Servant – prodotto di punta della piattaforma Apple TV + – sia una serie ideata e coordinata da Tony Basgallop, non possiamo fare a meno di associarla in modo indissolubile al modus operandi di M. Night Shyamalan, qui produttore esecutivo e regista di qualche episodio (anche assieme alla figlia Ishana). Sua è l’atmosfera generale, sua è la costante sensazione di sospensione e, perchè no, sotterranea presa in giro di modelli e generi narrativi consolidati.
Dell’autore di Il sesto senso e The Village, del resto, sono qui anche presenti i famigerati twist, ovvero i colpi di scena che arrivano all’improvviso, quasi in modo insensato, e soprattutto spesso dopo lunghi momenti di stasi e spasmodica attesa. Come sempre (e come avevamo già imparato nella prima stagione), la cifra formale di Servant è il “Caos”, la confusione che non permette né ai protagonisti né a noi spettatori di stabilire dove sia la verità, chi siano i veri antagonisti e dove andrà mai a parare la storia.

Servant – Stagione 2: la verità è solo un punto di vista

Servant 2 - Cinematographe.itCome già accennato a proposito del primo episodio di questa season two (Bambola), l’attenzione sembra essere maggiormente rivolta ai personaggi maschili, a scapito di Dorothy e LeAnne. Il gioco però sembra essere un altro: mentre nel primo ciclo siamo invitati a credere fermamente all’instabilità mentale di Dorothy, madre in stato di choc incapace di superare il trauma relativo alla morte del figlio Jericho, in queste 10 nuove puntate non sappiamo più né a chi dare retta né se il punto di vista da cui abbiamo osservato la vicenda fino a questo momento sia davvero l’unico da prendere in considerazione.

La magione dei coniugi Turner resta il vero fulcro, il luogo al cui interno la ragione cessa – goyanamente – di esistere e si generano mostri di varia natura. Una casa enorme, e che si estende in altezza anche grazie alle sequenze ambientate nello scantinato (sorta di anticamera dell’inferno, non a caso luogo dei traumi principali della stagione) e nel solaio, in cui viene rinchiusa LeAnne in quanto apparentemente colpevole del sequestro del neonato. O almeno questa è la versione di Dorothy, mentre il marito Sean e il di lei fratello Julian sembrano ormai del tutto incapaci di mantenere il controllo della situazione.

“Quando uno di noi si smarrisce, non c’è modo di tornare indietro”

Metaforicamente, possiamo leggere tutta Servant come una enorme elaborazione di un lutto, come una lentissima presa di coscienza da parte di una famiglia distrutta che si difende e protegge a vicenda rischiando in continuazione il tracollo. Ma questa è anche la storia di una tata che sembra arrivare da un altro pianeta, che bussa alla porta di una benestante famiglia di Philadelphia perché “sente” di dover dare una mano. È, per lei, una missione da portare a termine, dai connotati senza alcun dubbio religiosi. Nonostante faccia del bene al prossimo, seguendo i precetti della Chiesa dei Santi Minori di cui fa parte, LeAnne è una transfuga che ha disobbedito e che, di conseguenza, va punita.

I presunti parenti della ragazza (lo zio George con la sua devozione fanatica, la zia Josephine desiderosa di rimettere tutto a posto) vogliono riportare l’ordine tramite l’espiazione e la punizione. La ribellione della giovane, a questo punto, rende inevitabilmente la serie anche un romanzo di formazione e di emancipazione: LeAnne ha una precisa idea sul da farsi, compie l’imponderabile (una svolta che ci trascina in modo incontrovertibile nel territorio del fantastico) e sa che “qualcuno” la verrà a cercare. La guerra (verrebbe da dire “santa”) non è più solo dentro di noi e nella psiche dei personaggi; ora è anche fuori, ed è il pretesto perfetto per mantenere ancora viva la serie.