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Reservation Dogs: recensione finale della serie Disney+

Reservation Dogs è come un colpo allo stomaco e un bacio sulla guancia, una serie tenera, forte e soprattutto intelligente.

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Le aspettative verso la nuova serie di Taika Waititi e Sterlin Harjo erano molte, e i primi episodi le hanno mantenute appieno. La cosa interessante è che Reservation Dogs ha continuato ad alzare l’asticella puntata dopo puntata, arrivando ad un finale volutamente anti climatico, ma carico di messaggi profondi. La storia dei Rez dogs riesce a coniugare un racconto intimista-generazionale con la comicità assurda di Waititi, abbracciando un’iconografia dei nativi americani mai banale e forzata. Ed è proprio questa forza mistica, onirica che dà forma al percorso dei protagonisti. Harjo ci porta all’interno della riserva, tra usi e contraddizioni, in un continuo rimando al veleno dell’uomo bianco. Quel colonizzatore che tale è rimasto, lasciando un popolo alla mercé di un sistema negligente. I giovani rimangono nel mezzo, spaccati dalla volontà di fuggire e quella di rimanere attaccati alle proprie radici.

Gli ultimi episodi di Reservation Dogs si concentrano proprio su questo, sull’identità culturale, gli affetti familiari e le lusinghe della salvezza: la California. Spiagge assolate, lavoro, libertà e la promessa di opportunità tutta americana. Gli Stati Uniti incarnano la rinascita, un idillio di possibilità, ma questa è solo una faccia della medaglia. La forza della serie risiede nella sua intelligenza, nel saper dosare ogni elemento che la compone, senza mai sforare nell’artificiale. Il racconto non è mai pretenzioso, delinea personaggi e luoghi senza scadere nel banale dualismo tra male e bene. Ci sono ovviamente vittime e carnefici, e la storia americana è ora tutta in rivalutazione, ma Harjo si concentra sui suoi protagonisti, sui loro traumi e aspirazioni. In essi troviamo tutta l’indecisione della loro età, fatta di assoluti e poi repentini cambi di opinione. Il trait d’union che unisce tutti i punti è la loro volontà di essere. E che dire del comparto attoriale, queste giovani leve sanno il fatto loro: dalla Elora di Devery Jacobs al simpatico Cheese di Lane Factor, passando per Bear e la tosta Willie Jack di Paulina Alexis.

Reservation Dogs, un racconto intelligente tra lutto e comicità

Reservation Dogs - Cinematographe.it

Avevamo lasciato i Rez Dogs intenti a pianificare la loro vita nella riserva. Da semplici ladruncoli volevano fare qualcosa di buono per la comunità. Tra la lotta con la banda rivale (la NDN Mafia) e incontri con personaggi stralunati, come lo zio Brownie, i protagonisti di Reservation Dogs affrontano il lutto per la morte del loro amico Daniel. Questi è un personaggio che segnerà ogni loro decisione, tra ricordi e visioni. Ognuno di loro affronta il lutto in modo diverso, e nel frattempo combatte i demoni del proprio presente. Bear deve vedersela con un padre assente; Elora elabora la scomparsa della madre; Willie Jack riscopre il rapporto con i genitori, ancora affranti dalla morte del nipote Daniel; Cheese cerca di capire che cosa vuole diventare da adulto, fantasticando su un futuro da detective insieme a Big, il poliziotto della riserva interpretato da Zahn McClarnon.

Insomma, sono molti i temi che la serie va a sviscerare, sempre in una forma mai scontata e stupendamente fresca. Reservation Dogs è un racconto intimo e demistificatorio. Riporta su un piano terreno e socio-culturale ciò che fin ad oggi è stato rappresentato in modo etnocentrico. La comunità nativa si riappropria della propria immagine e identità, lasciata per fin troppo tempo nelle mani di un vecchio immaginario collettivo, quello del selvaggio West. Sterlin Harjo spezza la catena, e porta la narrazione ai tempi nostri. Emblematico in tal senso è il sesto episodio con protagonista Willie Jack, forse uno dei più divertenti e profondi. Qui troviamo la nostra giovane protagonista in compagnia del padre durante una battuta di caccia, mentre si confrontano con i proprietari messicani della zona. È uno momento stupendo tra padre e figlia, in cui ci confrontiamo con il senso di appartenenza e il dolore. L’episodio riesce a racchiudere in poco meno di mezz’ora tutta l’essenza della serie e le intenzioni degli autori, senza mai dimenticarsi di farci sorridere. È quella tenerezza di fondo, quell’innocenza dei personaggi a farci stringere il cuore, che questi siano adolescenti o persone adulte; un po’ come in JoJo Rabbit, a cui il settimo episodio intitolato California Dreamin’ regala una cruda citazione.

Quando un popolo si riappropria della propria immagine e identità

Reservation Dogs - Cinematographe.it

Le vicissitudini dei Rez Dogs sono un colpo dolceamaro. Ridiamo e a stento soffochiamo una lacrima, come nel quarto episodio in compagnia di Bear. Il ragazzo vorrebbe fare un regalo al padre, anche se questi non ha mai fatto parte della sua vita, e gli amici lo portano da una donna che fabbrica discutibili pendenti da rapper. La scena è tragicomica, perché il risultato finale è un microfono dalla forma fallica che Bear acquista lo stesso. È un momento di forte disagio e imbarazzo, per lo spettatore quanto per il personaggio. I risparmi che con tanta fatica sono stati messi da parte, vengono usati per un dono che non l’uomo non merita. Eppure, l’episodio ci permetterà di vedere con occhi diversi la madre di Bear, e il suo rapporto con il figlio. Reservation Dogs è tutto ciò che volevamo da Harjo e Waititi, e forse anche di più.

Otto episodi da meno di mezz’ora non sono abbastanza, e alla fine della stagione non vediamo l’ora di incontrare di nuovo i personaggi. L’ultima puntata, incentrata sull’arrivo di un uragano e la fuga dei ragazzi in California, si dimostra un momento catartico per molti di loro. Chiude la stagione con cliffhanger e getta le basi per la già rinnovata seconda stagione. A farla da padrone è lo zio Brownie, che vorrebbe cacciare il tornando con un rito che prevede l’utilizzo di un’ascia. Magia e realtà si intersecano nel racconto, dalle capacità magiche di Brownie, allo spettro nel bosco fino alle visioni di Bear. Sono il fondo di tradizioni e usanze che fremono per non essere sepolte. Un modo per ricordare, per non snaturare tutto ciò che definisce una comunità come tale. È in queste sottotrame che Reservation Dogs ci regala uno dei racconti più interessanti di quest’annata, dimostrando una grande attenzione per i dettagli: dalla scrittura alla regia, dai costumi alla scenografia. E noi non possiamo fare altro che elogiare questa piccola grande chicca targata Disney+.

Leggi anche: Reservation Dogs: recensione del pilot della serie prodotta da Taika Waititi

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