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Da qualche anno a questa parte il genere supereroistico sembra essere un must, tanto nelle produzioni cinematografiche quanto in quelle televisive. Per questo motivo portare un nuovo titolo nel vastissimo mondo dedicato ai supereroi mantenendo un tono creativo e originale non è affatto semplice. Raising Dion (sulla versione italiana della piattaforma semplicemente Dion) ha saputo distinguersi dalla massa narrando una vicenda diversa dal solito, impostata sì sui canoni narrativi del genere, ma dotata anche di un tocco fresco che svecchia i tratti comuni a molti altri titoli.

Sbarcato su Netflix il 4 ottobre 2019, Dion è una classica storia di supereroi, rinnovata però grazie a una marcia in più: il suo giovane e inaspettato protagonista.

Dion: dalle pagine del fumetto alla serie Netflix

Prodotta per Netflix da Dennis A. Liu e Carol Barbee, Dion non vede la luce solo nella nota piattaforma streaming, ma nasce dall’omonima storia a fumetti, creata dallo stesso Liu.

Raising Dion cinematographe.it

Fumetto e serie raccontano la storia di Dion (Ja’Siah Young), un bambino orfano di padre (Michael B. Jordan) che scopre – un giorno come tanti altri – di essere dotato di straordinari poteri di telecinesi. La rivelazione di questo dono si intreccia strettamente allo svelamento del mistero che aleggia sulla morte di suo padre.

Il piccolo Dion dovrà fare i conti non solo con le proprie sfuggenti e talvolta pericolose capacità, ma anche con le difficoltà di un mondo che a volte si mostra ancora sprezzante nei confronti del diverso. La serie sfrutta lo stilema ormai da tempo collaudato della origin story e della gestione personale dei poteri soprannaturali, sovrapponendo tuttavia a questa trama principale anche un‘intelligente sottotrama, legata all’importanza dell’accettazione del diverso in tutte le sue forme e alla lotta alla discriminazione.

Dion: una prima stagione che stenta a ingranare, ma che regala molte soddisfazioni

È un errore pensare che esista un legame indissolubile tra supereroi e scene d’azione mozzafiato e che nulla possa esistere al di fuori di questo stilema. Raising Dion smentisce il pregiudizio con facilità, presentando al pubblico una storia dai ritmi pacati, che segue il lento processo di crescita di Dion. La scoperta dei suoi poteri è perfettamente calata in un contesto credibile, nella realtà di tutti i giorni affrontata da una giovane vedova che cerca di crescere al meglio il proprio bambino. Questa precisa scelta non si traduce tuttavia in istanti di noia: lo show Netflix preferisce anzi mostrare fin dalla prima puntata gli sconvolgimenti che accadono nel corpo del piccolo protagonista, l’incapacità di controllare i propri poteri e la paura che le strane capacità suscitano in lui e nella madre (Alisha Wainwright).

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Ciò che lascia perplessi a una prima visione è qualche piccola ingenuità narrativa e recitativa, che viene però presto risolta man mano che la storia si sviluppa. La recitazione di Ja’Siah Young – influenzata sicuramente dalla giovane età – non sempre risulta spontanea, soprattutto quando il suo personaggio si trova a interagire con reazioni di vario tipo alle manifestazioni delle proprie capacità.

Sebbene la serie dimostri una certa indipendenza da molti altri prodotti appartenenti allo stesso genere, la sua godibilità va in parte attribuita anche alla sua appartenenza ai canoni classici delle storie sui supereroi, elementi a cui la serie stessa fa spesso riferimento. La storia di Dion, così come quella di molti altri eroi più o meno noti, è scandita da fasi ben distinte, che vanno dalla scoperta personale dei poteri, al tentativo complesso di padroneggiarli, fino alla lotta contro le forze del male. Ritroviamo anche figure tipiche del genere: gli alleati, i nemici, il mentore (Jason Ritter) e le subdole organizzazioni.

Una storia di questo tipo, rafforzata da un discreto uso degli effetti speciali e da tematiche importanti e trattenuta talvolta da alcuni sporadici tentennamenti nella sceneggiatura e nei dialoghi, tiene lo spettatore incollato allo schermo con uno schema narrativo che non passa mai di moda.

Dion: quando la sfida più grande da affrontare è la vita

La narrazione di Raising Dion si arma di effetti speciali e svolte che mantengono alta l’attenzione per l’intera stagione, soprattutto verso delle battute finali davvero avvincenti. La validità del prodotto va però ricercata anche nel suo significato più profondo, in una componente drammatica che non viene mai soffocata dal percorso di crescita personale dell’eroe, ma sembra anzi sovrapporsi alla trama supereroistica.

La scoperta dei superpoteri da parte di Dion si intreccia in modo indissolubile alla sua scoperta del mondo, al suo tentativo di adattarsi a una realtà che talvolta si rivela molto più ostile del previsto. La battaglia del piccolo protagonista contro un mondo ingiustamente discriminatorio è importante tanto quella di un vero eroe che combatte contro le forze del male. Vista con gli occhi di un bambino, la realtà di oggi è spaventosa quanto un mostro apparentemente invincibile, quasi incomprensibile nella sua complessità. Il piccolo Dion non comprende i motivi per cui le persone a volte lo trattano diversamente, lui che con il suo filtro di innocenza non vede altro che luoghi da esplorare e bambini con cui giocare. Spetta a sua madre mostrargli la verità, donandogli così gli strumenti per affrontarla.

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Questo delicato significato di fondo, che si fa strada con sensibilità in una serie tv fantascientifica e d’azione, regala allo spettatore qualcosa di più di una storia su un supereroe di otto anni. Con la sua visione quasi idealistica, Dion spiega che essere speciali non significa solo muovere gli oggetti col pensiero, ma affrontare la vita con il coraggio di un eroe. In appoggio a questo messaggio la serie gioca un ruolo importante – anche se in misura minore rispetto a molte altre serie interamente dedicate alla diversity – nella rappresentazione di personaggi spesso oggetto di pregiudizio, ma capaci di farsi strada con emancipazione e indipendenza nel mondo.

Lo si nota a partire dal piccolo Dion, passando per sua madre – una donna single che cresce il figlio da sola senza il bisogno di appoggiarsi per questo alla relazione con una figura maschile -, fino alla compagna di classe del protagonista, Esperanza, interpretata dalla piccola attrice con disabilità Sammi Haney, che fa della propria invisibilità agli occhi degli altri un vero e proprio superpotere.

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