Pistol: recensione della miniserie su Disney+ dedicata ai Sex Pistols

I Sex Pistols sono durati poco, ma l'eco della loro musica si sente ancora oggi. Pistols, regia di Danny Boyle, prova a catturnarne la magia rumorosa. Su Disney+ dall'8 settembre 2022.

L’ironia definitiva, implacabile, è presto servita. Pistol, la miniserie in sei parti sui Sex Pistols diretta da Danny Boyle e creata da Craig Pearce, arriva su Disney+ l’8 settembre 2022. Certo è un matrimonio parecchio strano, quello tra gli arrabbiatissimi profeti del nichilismo rockettaro e il super gigante dell’intrattenimento. Ma è evidente come l’eredità musicale (e non solo) dei Pistols si sia spinta troppo in là per consentirci di catturare, dopo tanti anni, la furia iconoclasta del gruppo nella sporchissima purezza originale. Si trattò, per qualche tempo, di abbracciare il puro caos in opposizione al conformismo e al grigiore della società. In parole povere, saranno stati pure brutti, sporchi e cattivi, ieri. Oggi sono il più grande gruppo punk di tutti i tempi, icone rock intramontabili; troppo mainstream, ormai, per giocare a fare i ribelli. Il trattamento pop era dunque, a un certo livello, inevitabile.

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Va detto che John Lydon/Johnny Rotten non l’ha presa bene, la notizia che avrebbero girato una serie sulla storia del gruppo. Ha tentato di bloccare legalmente l’utilizzo dei brani, ma non c’è stato niente da fare. Hanno vinto gli altri. Pistol adatta l’autobiografia del chitarrista, Steve Jones, dal titolo Lonely Boy: Tales from a Sex Pistol. Nel cast Toby Wallace, Anson Boon, Thomas Brodie-Sangster, Maisie Williams, Sydney Chandler e tanti altri e altre.

Pistol: la storia degli anti Beatles e di chi gli stava intorno

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Se siete fan dei Beatles, tenete duro. Perché vi toccherà affrontare ore complicate. Ma d’altronde è giusto così. I Sex Pistols hanno rappresentato, sin dall’inizio, un colossale cazzotto in faccia a qualunque cosa fosse venuta prima, non importa quanto prestigiosa e affidabile. Normale che i Fab Four costituissero un bersaglio d’elezione per giovani incendiari con tanto da dimostrare, di qui la girandola di cattiverie e commentacci. Ci sono anche punti di contatto. Perché al di là dei look agli antipodi e del nichilismo, i Beatles e i Sex Pistols hanno condiviso l’onere e l’onore di pilotare due tra le più autentiche rivoluzioni cultural/musicali della seconda metà del Novecento. Tra l’altro, proprio come i più rassicuranti colleghi, anche i Pistols li puoi distinguere facilmente a partire dalle rispettive personalità. A cominciare da Steve Jones (Toby Wallace), che in Pistol è la cosa che si avvicina di più a un protagonista.

Steve Jones ha un’infanzia orribile, una lingua lunga, un appetito sessuale consistente, grande ambizione e una paura maledetta ogni volta che si avvicina a un microfono, perché si odia troppo e l’idea di denudarsi davanti al pubblico lo mette in difficoltà. Steve è preso da Chrissie (Sydney Chandler), a suo modo uno spoiler musicale ambulante. Si farà valere nell’ambiente, ma Pistol la svela che ancora non la conosce nessuno. Nessuno la tiene nella giusta considerazione perché è una donna, la cosa tra l’altro permette alla serie di fare l’occhiolino alla contemporaneità. Neanche Steve, cotto com’è, pensa a Chrissie per il gruppo che sta formando. Con lui ci sono Glen Matlock (Christian Lees), il bassista intelligente e molto dotato che però si scava la fossa dall’inizio non nascondendo il suo amore per i Beatles (non si fa) e una generale buona educazione. E il batterista, Paul Cook (Jacob Slater), con l’invidiabile record dei migliori genitori della storia del rock.

Manca il cantante, Steve non va e si sistema alla chitarra, all’inizio non hanno neanche un nome. La quadratura del cerchio arriva quando Jones incontra il temibile Malcolm McLaren (Thomas Brodie-Sangster). Steve prende in prestito vestiti dalla boutique di Vivienne Westwood (Talulah Riley), che di McLaren è partner commerciale e sentimentale. Il negozio di lei si chiama SEX, ci lavora gente interessantissima come Pamela “Jordan” Rooke, una splendida Maisie Williams. Westwood e compagno coltivano il sogno folle e seducente di istigare una rivoluzione del costume che, partendo dal basso e dando voce agli emarginati, sia in grado di fare a pezzi qualunque cosa nella società puzzi anche lontanamente di conformismo fascista. Sembra che i Sex Pistols, cui man mano si aggiungono il geniale e intrattabile vocalist Johnny Rotten (Anson Boon), il suo migliore amico, l’interessante ma musicalmente discutibile Sid Vicious (Louis Partridge), la ragazza di Sid, Nancy (Emma Appleton), facciano al caso loro. In realtà, i moventi di Westwood e McLaren hanno una componente prosaica che svilisce in parte la versione ufficiale, l’ideologia sovversiva. Soprattutto lui, dietro un’apparenza di buon padre/fratello maggiore, nasconde un cinismo e un istinto predatorio niente male.

In Pistol, come nella vita, le donne sono meglio degli uomini

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Pistol copre il triennio 1975-1978, che per i Sex Pistols è il tempo dello shock, dell’oltraggio, dello scandalo trionfale e della caduta. Poche fiamme hanno bruciato così poco e illuminato così a lungo. Craig Pearce e Danny Boyle questo lo sanno, ma in un certo senso si fanno distrarre dalla rapidità della faccenda. È vero, i Sex Pistols sono durati poco, questo però non impedisce alla miniserie di cedere all’ossessione di voler raccontare tutto e quindi troppo, anche quando forse sarebbe auspicabile il contrario. Ne deriva che, in mancanza di un focus narrativo più puntuale, Pistol finisca per perdersi in una lunga collezione di aneddoti esemplari che tolgono robustezza alla visione d’insieme.

Questo è il problema con i biopic. Non c’è vita che, riletta, non si riduca alla somma di tanti piccoli e grandi pregiudizi. Li nutre l’artista riguardo la sua opera, li coltiva l’entourage che ha bisogno di mantenere il brand appetibile dal punto di vista commerciale, ci sguazza il pubblico che tende a semplificare le cose perché ha bisogno di essere rassicurato. Pistol è l’intreccio dell’ostinazione di Johnny Rotten a starsene in disparte, della volontà dei restanti membri del gruppo di offrirci la più versione più tranquillizzante possibile (per loro) della storia, dei limiti e dei punti di forza dell’approccio di Craig Pearce e Danny Boyle, delle aspettative del pubblico. È per questo che la serie, pur celebrando l’irrimediabile diversità e la carica oltraggiosa di artisti irripetibili, di provocatorio ha solo la patina e il furore delle canzoni. È curioso, perché Danny Boyle la trasgressione l’ha saputa corteggiare divertendosi (Trainspotting) e ultimamente flirta molto con la musica (Yesterday, sempre loro!). L’impressione è che sia un regista valido quanto può esserlo il suo sceneggiatore e la sua sceneggiatura.

Craig Pearce circonda la musica e la vita dei Sex Pistols del meglio della cultura e del pop d’epoca. Oltre alla band c’è tanto Bowie, i T-Rex, i The Modern Lovers, un mucchio di gente fantastica. Peccato che i Pistols qui siano costretti nei panni scomodi della famiglia disfunzionale e caotica ma anche teneramente addomesticata. Gli attori fanno un lavoro straordinario per replicare sul set l’energia travolgente di live incendiari. E ci riescono pure. Quando si tratta di lavorare di fino sulle psicologie e sui caratteri, invece, soffrono ma per colpe altrui. Emblematico il caso di Anson Boon. Il suo Johnny Rotten sul palco è un concentrato di carisma e intrattabilità, fuori invece, una pigra scrittura lo fa somigliare a un cattivo di James Bond che guarda troppi cartoni animati e finisce per caso a cantare in un gruppo punk. Vanno meglio, molto meglio, le donne. Sydney Chandler e Maisie Williams, non c’è niente di meglio in Pistol, lottano per affermarsi e far valere il loro gusto e il loro punto di vista in un mondo di maschi. Sono loro l’autentica provocazione, lo sberleffo oltraggioso di una favola punk-disneyana che cerca l’oltraggio al centro dell’inquadratura e invece lo trova ai margini.

Regia - 2
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 2
Recitazione - 5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2

2.7