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A giudicare da quanto visto sullo schermo e dai risultati ottenuti con i sei episodi che la compongono in termini di qualità di scrittura e confezione visiva (fatta eccezione per qualche pecca negli effetti visivi), Paranormal si può considerare una vera sorpresa, tanto piacevole quanto inaspettata, poiché approdata in sordina in streaming lo scorso 5 novembre con pochissime aspettative da parte degli utenti e senza il favore dei pronostici. E invece, noi così come molti altri fruitori abbiamo dovuto ricrederci davanti a quella che ad oggi si presenta come la prima e unica serie originale Netflix made in Egitto, nei confronti della quale le “difese immunitarie” dello spettatore di turno non potevano che nutrire un iniziale scetticismo misto a curiosità. La prima attivatasi di default al cospetto di un’operazione seriale proveniente da una nazione che, cinematograficamente e televisivamente parlando, ha di rado consegnato al piccolo e al grande schermo sussulti e guizzi degni di nota sul versante delle produzioni di genere fanta-horror, a differenza di altre di stampo comico, thriller, action, drammatico, medical, legal e musicale. È su questi terreni, infatti, che il made in Egitto ha saputo raccogliere nei decenni i frutti migliori. Se Paranormal in tal senso ha gettato i semi per aumentare l’offerta ben venga, ma questo potrà dircelo solo il tempo e la visione di nuovi prodotti di qualità come questo.

Paranormal: riesce a catturare l’attenzione del pubblico con un gustoso cocktail di tensione e orrore

Paranormal cinematographe.it

La curiosità iniziale ha poi prevalso sullo scetticismo, vuoi per il fatto che si trattava appunto della prima serialità egiziana fanta-horror netflixiana, laddove il mix di generi in questione aveva mostrato solamente gli esiti nefasti del dozzinale Warda di Hadi El Bagoury, vuoi perché alla base di Paranormal c’era il ciclo di romanzi di successo di Ahmed Khaled Tawfik, scrittore egiziano di storie mistery e orrorifiche famose in tutto il mondo, al quale va riconosciuto il grandissimo merito di avere introdotto il medical thriller nella letteratura araba, rivoluzionandone i canoni pre-esistenti. Insomma, un marchio di affidabilità che in qualche misura ne poteva certificare la bontà e così è stato. Gli esiti sono, infatti, ben al di sopra delle poche aspettative iniziali, con la serie co-diretta da Majid Al Ansari e Amr Salama che riesce, al netto di qualche flessione nel terzo episodio (La leggenda del guardiano della grotta) e di un pilot (La leggenda della casa) che fatica più del dovuto a partire, a catturare l’attenzione del pubblico con un gustoso cocktail di tensione destinato a implodere nei tre capitoli conclusivi di quella che ci auguriamo non sia la prima e ultima stagione. C’è da dire che l’epilogo consegna tutte le risposte ai quesiti sollevati dalla linea gialla, ma si sa che le vie delle serie sono infinite quando queste riscuotono consensi.

Paranormal: una sottile ed efficace vena umoristica irrompe a gamba tesa nell’impianto fanta-thriller

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Non ci resta a questo punto che restare alla finestra in attesa di sviluppi, nel frattempo ci godiamo quanto messo a disposizione da Netflix e dagli autori in una serie che mescola senza soluzione di continuità ed efficacia tre ingredienti principali, ossia il fantasy, il dramma nelle sue diverse sfumature (compresa quella sentimentale) e l’horror, ai quali se ne aggiunge un quarto e inaspettato che irrompe sulle timeline. Si tratta di una sottile vena umoristica che entra a gamba tesa nell’impianto dialogico, ma soprattutto nel voice-over e nei flussi mnemonici del protagonista che giungono alle orecchie del pubblico strappando più di un sorriso. Lui è Refaat Ismail (interpretato da un bravissimo Ahmed Amin), un ematologo cinico e dal carattere singolare che suo malgrado deve mettere in discussione tutte le sue certezze scientifiche (torna alla mente il Roberto Razzi di Alberto Sordi in Sono un fenomeno paranormale di Sergio Corbucci) quando si trova a scontrarsi con una catena di eventi paranormali che mettono in pericolo la sua vita e quella delle persone che lo circondano. Eventi che sembrano avere un motivo scatenante nel passato, tant’è che il racconto rompe la sua linearità in più di un’occasione, riportando le lancette dell’orologio dal presente storico degli anni Settanta all’adolescenza di Refaat e alla misteriosa scomparsa di una bambina di nome Shiraz in una villa maledetta.

Paranormal: gli elementi presenti nel plot chiamano in causa il filone intrecciato delle ghost story e delle ghost house

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Gli elementi presenti nel plot e nelle trasposizioni dei singoli episodi, tenuti insieme da una linea orizzontale mistery e da linee verticali che si consumano in maniera indipendente, chiamano in causa il filone intrecciato delle ghost story e delle ghost house, con più di un rimando alla prolifica produzione nipponica dei J-Horror. A questo si vanno ad aggiungere un mix riuscito di leggende, credenze popolari, mitologie (greche ed egizie) e figure ad esse legate, con le quali il protagonista dovrà fare i conti lungo l’impervio cammino fantasmagorico e paranormale che lo attende tra il Cairo, Tripoli e il deserto dei Tuareg: dalla mummia di un faraone maledetto alla naiade (una ninfa delle acque portatrice di una maledizione), dal mostruoso guardiano di una grotta al succubo (creatura che può assumere diverse forme e si pensa che sia il custode del mondo dei mostri e dal lato oscuro della vita). Questo per dire che Refaat avrà il suo bel da fare, specialmente nel quinto atto battezzato La leggenda del succubo, a nostro avviso il più potente, quando dovrà entrare nella dimensione onirica per mettere la parola fine alle ostilità attraversando un intricato e letale labirinto spettrale. È qui che gli autori sparano tutte le cartucce migliori, regalando al pubblico le sequenze più energiche e tese dell’intera serie.