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Negli anni l’intrattenimento è cambiato molto, man mano che le abitudini della società si sono adattate a una dilagante digitalizzazione. La frontiera videoludica occupa ormai un ruolo fondamentale nella vita di molti appassionati, appartenenti a un target sempre più ampio.
Perché dunque non sfruttare la centralità di questa passione come sfondo ideale per una nuova serie tv? Ci hanno pensato Lionsgate, Ubisoft e 3 Arts Entertainment con Mythic Quest: Raven’s Banquet, pubblicato su Apple Tv+ il 7 febbraio 2020.
Ambientata in uno studio di produzione di videogiochi, Mythic Quest: Raven’s Banquet porta in scena qualcosa di originale e brillante, mescolando divertimento e riflessioni in un prodotto che fin dalle prime scene appare diverso dal solito.

Il complesso mondo dei videogiochi raccontato da Mythic Quest: Raven’s Banquet

Gli amanti dei videogame spesso invidiano chi ha la possibilità di lavorare negli studi di sviluppo, ma il mondo creato da Rob McElhenney, Charlie Day e Megan Ganz, creatori di Mythic Quest: Raven’s Banquet, è tutt’altro che roseo.
Dopo il successo mondiale del MMORPG (acronimo di Massive Multiplayer Online Role-Playing Game) Mythic Quest, lo studio capitanato da Ian Grimm (interpretato proprio da Rob McElhenney) si trova alle prese con la pubblicazione della nuova espansione del gioco: Raven’s Banquet. Non bastano tuttavia buone idee e impegno costante per assicurare la buona riuscita dell’espansione, ma è necessario conoscere le complesse dinamiche di un mondo sempre più legato all’approvazione dei fan e alle manovre aziendali, per aumentare sempre di più i guadagni. Stress, sfide personali, scontri tra creatività e pragmatismo sono all’ordine del giorno e denotano i rapporti tra gli sfaccettati personaggi della serie.

Mythic Quest: Raven’s Banquet – il trailer della serie Apple TV+

 

Spesso il ruolo della comedy è quello di mostrare le diverse facce del mondo, mescolando costantemente realismo e finzione per divertire lo spettatore, facendolo al tempo stesso riflettere sulla condizione umana, in tutte le sue assurde sfumature.
Mythic Quest: Raven’s Banquet appartiene di diritto al genere proprio per la scelta di agire su più livelli. Al realismo del drama predilige l’assurdità di situazioni portate all’estremo, ma non rifiuta l’approccio più meditativo riguardo a condizioni – individuali e collettive – che meritano un’attenta analisi.
La maturità di Mythic Quest consiste nel presentare un mondo fatto di luci e ombre e basato sul perenne contrasto tra passione e guadagno, tematica alla quale viene dedicata un’intera e intensa puntata, decisamente degna di nota.

Mythic Quest: Raven’s Banquet Cinematographe.it

Le sfaccettature di uno studio di sviluppo videoludico non avrebbero modo di emergere senza un cast adeguato al ruolo. Il sistema di personaggi si presta perfettamente alla presentazione di un mondo variegato, in continuo equilibrio tra creatività e concretezza, ispirazione e commercialità. A dirigere la casa di sviluppo è Ian Grimm, uomo fantasioso, ma anche affetto da un certo egocentrismo. L’open world di Mythic Quest e di Raven’s Banquet – nel quale non è difficile intravedere le caratteristiche dei più noti videogame degli ultimi anni, come World of Warcraft, Assassin’s Creed, Fortnite e molti altri – sembrano essere lo specchio della sua megalomania.

Accanto a lui un’ottima (anche se frustrata e un po’ folle) squadra di tecnici, creativi e assistenti: David (David Hornsby), l’ansioso e insicuro produttore esecutivo, Poppy Li (Charlotte Nicdao), la programmatrice stressata e bisognosa di un maggiore riconoscimento professionale, Brad (Danny Pudy), l’insensibile esperto di marketing adibito alla monetizzazione del gioco, le tester Dana (Imani Hakim) e Rachel (interpretata da Ashly Burch che, guarda caso, da anni è impegnata nel doppiaggio di molti videogame, tra cui Life is Strange e Horizon Zero Dawn), l’assistente Jo (Jessie Ennis) e C. W. (F. Murray Abraham), l’anziano, poetico e nostalgico autore della componente narrativa di Mythic Quest. Ognuna di queste figure ha un ruolo preciso e sembra quasi rappresentare – grazie a una valida interpretazione -un diverso approccio al gioco, da quello più creativo, a quello scanzonato, fino alla componente meramente materialista, che spesso spinge in secondo piano la passione che sta alla base di un progetto tanto ambizioso.

Mythic Quest: Raven’s Banquet, una comedy tra attualità e umorismo

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Mythic Quest: Raven’s Banquet è una serie tutt’altro che perfetta, talvolta poco approfondita nell’affrontare alcune questioni sociali importanti, talvolta un po’ dispersiva nei rapporti tra i personaggi, con il risultato di risultare leggermente noiosa e poco divertente in alcuni punti.
Si tratta però un prodotto valido e degno di attenzione grazie alla sua capacità di essere una realtà riconoscibile. Nonostante personaggi e situazioni siano spesso un po’ sopra le righe, il realismo della serie va ricercato proprio in alcuni temi affrontati dai creatori.
Il contesto lavorativo rappresentato da Mythic Quest mette in mostra successi e soddisfazioni, ma al tempo stesso anche delusioni, frustrazioni e disparità tipiche di un mondo che cambia costantemente, pur restando ancorato a molti stereotipi. Il settore videoludico ancora viene percepito come una realtà quasi esclusivamente maschile, all’interno della quale è un’impresa ardua per le donne emergere e fare successo.
Una particolare puntata della serie affronta questa problematica sociale e professionale con un tono decisamente leggero (forse troppo), ma lo fa comunque tenendo conto di quanto sia importante nel 2020 parlarne ancora.

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L’attualità della serie si vede anche altrove. L’evoluzione rapidissima del settore dell’intrattenimento ha permesso negli ultimi anni la nascita di nuove figure professionali, tra cui oggi sono particolarmente in voga Youtubers e Influencer. Lungi dal voler muovere una critica nei confronti di queste realtà lavorative nuove – che per raggiungere il vero successo richiedono dedizione, originalità e perspicacia -, Mythic Quest: Raven’s Banquet le include nella propria narrazione, dando a loro un’importanza estrema, della quale si sottolinea l’esagerazione.
La figura del quattordicenne Pootie Shoe (Elisha Henig) – nickname che per assonanza ricorda molto quello di un noto Gamer e Youtuber – è rappresentativo di un contesto attuale che fa dell’approvazione della folla un elemento fondamentale del marketing, capace di confermare o ribaltare le sorti di un prodotto.

La morte di un sogno: “A Dark Quiet Death”

Meritevole di una menzione è l’episodio cinque della prima stagione, dal titolo A Dark Quiet Death. Esso può essere considerato come una vera e propria puntata a parte, apparentemente priva di collegamenti con la serie, ma in realtà utile per capire cosa significhi impegnarsi anima e corpo in un progetto ambizioso come la creazione di un videogame. A Dark Quiet Death si ritrova inoltre in alcuni dettagli degli altri episodi, sotto forma di easter eggs che creano una continuità tra la storia dei due sviluppatori del quinto episodio e il lavoro svolto da Ian e dai suoi colleghi.

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Protagonisti della vicenda sono Jake Johnson e Cristin Milioti, rispettivamente Doc e Bean. Impegnati nello sviluppo di un gioco survival horror, intraprendono un percorso professionale e personale fatto di alti e bassi, soddisfazioni, sogni e delusioni.
Intenzionato a piacere al pubblico lui, molto più affezionata all’idea originale lei, vedono il loro sogno trasformarsi in un prodotto meramente commerciale man mano che gli anni passano. Il frutto della loro passione si trasforma così in una possibilità di guadagno, comprensibile da un lato, ma dall’altro mossa da fini materialisti che sfigurano il progetto fino a farne qualcosa di irriconoscibile.
La morte della creatività, tristemente attuale in un mondo fatto di aziende, contratti e monetizzazione, mostra un lato drammatico della realtà videoludica. Anche dietro a qualcosa di semplice come un’idea, può celarsi un’infinità di sfaccettature, positive o distruttive. A Dark Quiet Death è la storia di un progetto che in realtà sembra quasi rappresentare le strane pieghe che la vita può prendere.
Un episodio ben realizzato, che forse supera per qualità e maturità poetica la serie stessa.

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