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Se alla fine della seconda stagione gli autori de L’attacco dei giganti erano riusciti a convincere gli spettatori a ritirare il simbolico piede dall’uscio della porta e rinunciare alla luce dell’esterno per riaffrontare il buio dell’interno delle mura, è stato solo grazie alla prospettiva di fornire loro gli strumenti necessari per non dover più rischiare di tornare indietro un’altra volta. Ora, all’alba della tanto attesa battaglia per il destino dell’umanità, questa seconda parte della terza stagione è chiamata a mantenere la promessa.

Nel frattempo però molti dei presupposti per riaffacciarsi al mondo di fuori sono cambiati, a proposito dei quali un, seppur significativo, slancio di conoscenza dato dalla parte di storia appena conclusa ha mostrato ancora una volta quanto poco si sappia ancora delle reali vicissitudini alle origini dello status quo attuale. L’unico filo rosso rimane quello legato intorno al collo del protagonista, Eren, alla cui estremità c’è la chiave per la cantina dove Grisha ha nascosto il suo lascito per coloro che verranno.

Nella seconda metà della stagione 3 la favola nera di Hajime Isayama, su Netflix dal primo giugno, raggiunge il suo zenith, ribaltando le radici stesse sulle quali ha costruito la sua mitologia e superando decisamente ogni previsione in una catartica deflagrazione dei tratti epici della sua narrazione e della sua potenza scenica.

In attesa della prossima stagione, quella conclusiva, annunciata da un teaser trailer arrivato il 29 di maggio e già record per visualizzazioni su Youtube e Twitter.

L’attacco dei giganti: dove eravamo rimasti

L'attacco dei giganti cinematographe.it

L’attacco dei giganti – stagione 3: recensione della prima parte di stagione

Gli ultimi istanti in compagnia dei soldati del Corpo di Ricerca li abbiamo passati nelle febbrili ore della notte precedente l’inizio dell’operazione per la riconquista del Wall Maria, metafora del ricongiungimento al massacro di Shiganshina, la città dove tutto è iniziato.

Freschi artefici di un golpe che ha ribaltato il potere politico del governo, destituendo il vecchio sovrano per far incoronare Historia Reiss, legittima erede al trono, i protagonisti, guidati da Erwin Smith, si apprestano ora ad intraprendere la missione decisiva per chiudere il cerchio con il terribile antefatto della vicende di Eren, Armin e Mikasa. Allora teatro della prima comparsa del Gigante Corazzato e del Colossale e ora luogo destinato alla trappola ordita proprio da Reiner e Berthold insieme al Gigante Bestia, l’avversario più temuto dall’umanità all’interno delle mura e apparente guida degli invasori provenienti dall’esterno.

Nella battaglia che si profila all’orizzonte la posta in gioco non è più solo la sopravvivenza o la libertà, ma la conquista della verità sulla natura dei giganti e sul mondo al di là delle mura.

La città dove tutto è iniziato

L'attacco dei giganti cinematographe.it

In un adattamento che sfiora la perfezione, il Wit Studio e Production I.G, sotto la direzione di Tetsurō Araki, riescono a restituire tutta la forza e il coinvolgimento visivo e sonoro possibili al momento più alto della scrittura di Isayama grazie ad una regia straordinaria, capace di dettare i tempi della narrazione con una precisione e una fluidità eccelse, ad un lavoro di animazione significativamente più importante rispetto alle stagioni precedenti: dalla realizzazione dei movimenti dei personaggi fino ai piani stretti, miscelando bene anche le parti in computer grafica (eccezion fatta per il design del Colossale, una ruvidità quasi diventata distintiva del personaggio), e, last but not least, all’uso sapiente della colonna sonora, impiegata come uno dei primi strumenti narrativi e fondamentale per tingere del carattere epico necessario l’intero impianto della storia.

Il successo della sontuosa realizzazione della battaglia, già probabilmente entrata nella storia degli anime, passa non solo per la messa in scena della spettacolarità delle sequenze d’azione e la brillantezza del racconto militare, ma, anzi, deve il suo trionfo alla trasposizione di tutti gli archi narrativi dei personaggi sul campo, una conduzione corale coordinata da sempre fondamentale per il modus operandi della narrazione de L’attacco dei giganti. Tra questi spicca il compimento della parabola di Erwin Smith, personaggio simbolo e massimo esempio della maturità drammaturgica raggiunta dal racconto.

Al di là delle mura

L'attacco dei giganti, cinematographe.it

Il cammino pensato e scritto per essere percorso a velocità brillantemente alternate arriva al momento di massimo pathos con il culmine del viaggio introspettivo di Eren, prescelto atipico e compiutamente imperfetto.

Da qui la serie opera il suo ennesimo ribaltamento, volgendo verso una coda conclusiva distante dal sentiero fin ora percorso in modo da lasciare campo, finalmente, alla narrazione del reale volto del cosmo in cui è ambientata, con tutti i suoi astri, da sempre presenti nelle vicende, ma ora finalmente visibili. Al loro cospetto cede definitivamente l’archetipo fondante dello scontro tra uomo e Natura, lasciando spazio ad una realtà più complessa e crudele, ora non più sotterranea. Il disincanto ultimo, rivelato dalla rumorosa caduta del mostro, capro espiatorio e apparente artefice esterno di tutte le disgrazie, in realtà solamente un frammento deformato nello specchio della natura umana.

Nel finale di stagione L’attacco dei giganti spalanca definitivamente le porte a tutto il suo potenziale narrativo, rivoluzionando i cardini della sua cosmologia, svelando nuove prospettive e osando nella trasposizione oltre le più rosee aspettative del pubblico.

Il tutto, ovviamente, senza tradire mai la sua natura. Un racconto poeticamente macabro, ambientato in un mondo selvaggio, senza senso e meraviglioso.

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