voto del pubblico 5.0/5
voto finale 3.5/5
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Hanna – Stagione 3: recensione dell’ultima stagione della serie Prime Video

Hanna 3 chiude le vicende della giovane spia, costretta al duello finale con i responsabili della Utrax e a decidere il futuro per se stessa.

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La fuga di Hanna finisce qui. Non è più tempo di correre, di scappare. Non è più tempo di morire, verrebbe da dire con un occhio rivolto verso quel James Bond che di tanto in tanto ha fatto capolino nella mente degli spettatori della Serie TV Prime Video. Ma il racconto di una bambina addestrata per combattere e ora ritortasi contro l’organizzazione militare che l’ha creata non è solo una variazione sul tema spionistico. È proprio l’ultima stagione, Hanna 3, disponibile sulla piattaforma di Bezos (che guarda un po’ possiede la MGM dell’agente 007) dal 24 novembre 2021, a raccontarci gli ultimi passi – sempre concitati, impegnati in una fuga strenua e disperata – di una storia giunta al termine. Passi amari. Se sovente Hanna sale su un treno per portarci da un lato all’altro dell’Europa, sempre teatro di gesta spionistiche al limite del possibile, ci avviamo ora al capolinea. La Utrax è ancora al lavoro, le giovani ragazze-soldato sono state attivate e dai Meadows vengono disperse nel vecchio continente per seguire un misterioso progetto. Hanna, in pieno doppio gioco e aiutata dall’ex rivale Marissa Wiegler, dovrà sventare i piani assassini della divisione CIA. Ma la missione farà i conti con i quesiti umani ancora aperti: quale vita per la giovane cresciuta in un bosco, addestrata a combattere e destinata alla guerra? Forse la risposta ce l’ha davvero James Bond.

Hanna 3, raggiunta la perfezione arriva la conclusione (purtroppo)

Hanna 3 serie tv Cinematographe.it

C’è una coerenza rara in Hanna. Gli occhi gelidi di Esmé Creed-Miles – capaci di un calore inaspettato e mai facile – dettano legge. Guidano una regia attenta all’equilibrio, fredda e pensata. È il colore del cemento nei giorni di nebbia a pedinare i movimenti cauti dei personaggi in azione. Il mondo esterno ha sfumature che vanno spegnendosi, mentre gli interni delle organizzazioni militari, delle basi operative, si accendono in colori primari a cui non si sfugge. L’Europa protagonista vive sempre al di sopra dei toni mediterranei, più a suo agio con la palette imposta dal cane di una pistola e dai punti luce di una pallottola. Ci si sposta bene tra un luogo e l’altro di questo teatro – o scacchiera – che è il vecchio continente. I momenti di treno, di camminata, sono scene e sequenze in cui si realizzano gli eventi. L’azione si sposta con Hanna, anche se l’approccio gelido della messa in scena sembra sempre porre un freno all’esagerazione. Lo stile Prime Video continua a essere più affilato dell’immagine copertina firmata Netflix.

Torna in Hanna 3 la voglia di prendersi sul serio senza stancare lo spettatore con intrecci impossibili da seguire. Nel suo incedere deciso, Hanna, come già dimostrato dalle stagioni precedenti, è invero un prodotto attento al dettaglio ma estraneo a inutili virtuosismi. Lo osserviamo nella scelta musicale, meno rivolta agli usi popolari di serie come La Casa di Carta e invece impegnata sempre nel sostegno delle scene e del racconto. È l’insieme a confermare Hanna tra le proposte televisive più omogenee degli ultimi anni, purtroppo fermata su una terza stagione che evolve in gran fretta ogni personaggio per essere sicura di non lasciare indietro briciole di cliffhanger. Un finale che assomiglia molto agli epiloghi filmici, con saluti e abbracci che pensano allo spettatore ma sanno occuparsi anche del racconto, chiudendo questioni sospese e lasciando molto all’immaginazione. Chissà, se nelle notti più buie Hanna è ancora lì: nel bosco fitto in cui è cresciuta con Erik, dove la battaglia era educazione e il futuro sapeva di guerra.

Questioni di famiglia

Hanna 3 Cinematographe.it

In maniera sottile, la famiglia è sempre stata un tema. Le giovani ragazze addestrate dal progetto Utrax sono orfane, ma hanno vissuto in una realtà fittizia costruita da ingegneri sociali, che quotidianamente si interfacciavano a loro via chat interpretando parenti e amici lontani. Hanna, invece, conosce la realtà. Non è cresciuta nelle Meadows, bensì con Erik. Il padre putativo che le ha permesso di sfuggire alla cattività mascherata della Utrax. Ma nell’ultima stagione anche le giovani spie dovranno scoprire il mondo. Il falò ai Meadows è in tal senso un rito di passaggio oltre cui si sviluppa l’atto finale, il momento delle decisioni: diventare le assassine per cui sono state addestrate o scoprire una vita diversa. La domanda guarda dritta negli occhi di Hanna, la quale risponde puntando la pistola verso di noi. Ma in sei puntate cambia tutto, o almeno ci prova.

Nell’atto finale di Hanna la famiglia riemerge, con volti e dinamiche tra loro differenti.  Marissa Wiegler tra tutti. Il personaggio, che nell’omonimo film di Joe Wright non sopravviveva allo scontro con la protagonista, si rivela il cuore degli eventi. Muove le pedine contro la Utrax, guida Hanna, sceglie di affrontare la CIA a viso aperto e si prepara a tutto. La battaglia però sa essere ironica, e nel momento delle rivelazioni Marissa è costretta vis a vis con il padre, suo peggior nemico e responsabile ultimo della Utrax. Ovviamente Hanna 3 scivola in un cliché televisivo stucchevole, riportando vicende di politica mondiale agli orgogli di famiglia. Un’abitudine drammaturgica che, a ben vedere, ha una tradizione epica, anche se ormai è diventata la panacea della serialità. Il confronto tra i due regge, soprattutto grazie alle interpretazioni. Marissa Wiegler, che nel film era interpretata da Cate Blanchett, è qui una perfetta Mireille Enos. Guest star è invece il padre, un più semplice ma efficace – d’altronde la prospettiva è di Marissa, dunque lui interpreta un’ombra, una matassa di paure miste a passato –  Ray Liotta. Nella difesa ai più alti valori, Marissa Wiegler difende con le unghie e i denti Hanna, diventandone di fatto una figura materna. Hanna non è sola. E inizia a sperare. “Non saprei cosa farne della vita che voglio, so solo combattere”. Erik le ha insegnato a resistere e combattere, e lei resiste e combatte. La testa più dura del piccolo schermo. Ma il giovane rivoluzionario a cui la Utrax dà la caccia sembra cambiare tutto. Forse è troppo tardi, e come James Bond, la vita civile, la vita vissuta all’altezza dei propri sentimenti, non è un destino scritto per leiHanna 3 ha il coraggio di essere amara, di essere reale. Prova a cambiare il fato, ma si attualizza in un desiderio – cosa Hanna vorrebbe – che semplicemente non può esistere.

Lo spionaggio nel mondo di domani e quella Generazione Z che fa tanto paura

Hanna 3 Prime Video Cinematographe.it

Il genere spionistico fiorì in un mondo di grandi potenze in conflitto. Una realtà di agenti in borghese inviati sul posto per spostare più in là le pedine della scacchiera globale. Oggi non è più così. E il genere ne risente. O si finge un mondo passato, magari mischiando il cinema in costume allo spy movie – anche King’s Man dopo due film torna alla Prima Guerra Mondiale con un prequel – o affrontando il cambiamento. Ci aveva provato Spectre, penultimo capitolo della saga di 007 con protagonista Daniel Craig. Anche lì, come in Hanna 3, si rifletteva la possibilità di affrontare il nemico da un computer. L’algoritmo come nuovo agente operativo. Anche Bond però aveva poi fatto un passo indietro, e No Time To Die era sembrato fingere un mondo in cui forza, coraggio e azione sul campo sono ancora essenziali.

Leggi anche Perché la Generazione Z ci spaventa e affascina?

Nella serie Prime Video si scopre invece che la Utrax possiede una lista di soggetti sensibili: giovani impegnati politicamente che, secondo un sistema informatico predittivo, capace di incrociare ogni possibile dato diffuso online, potrebbero trasformarsi in potenziali pericoli per la sicurezza mondiale. O perlomeno per il sistema che ne tiene le redini. Torniamo a Minority Report, al sogno di fermare il terrorismo sul nascere, letteralmente. L’annosa domanda è ancora lì: viaggeresti nel tempo per uccidere il giovane Hitler? Troppo facile sapendo come è andata. In Hanna si parla di previsioni. E per questo Marissa e la giovane spia lottano per fermare il progetto. Una corsa contro il tempo mentre lo spionaggio si fa Data Driven. Comandano i dati, i codici che non hanno volto e a cui non puoi sparare.

Il paradosso si incarna in HannaAlcune battute si muovono in direzione contraria al tentativo di mostrare una guerra decentralizzata, che vive nei server. “Abbiamo l’algoritmo, è finita” afferma Marissa. Ma è un’illusione possedere un file in un presente in cui le rapine informatiche esfiltrano dati, ossia creano copie di copie e si fanno nodi di reti inafferrabili. Una guerra che non si può vincere pistola alla mano. Anche se Hanna finge il contrario. Se bruciare i server dell’algoritmo non serve – “qualcuno lo riscriverebbe” – ci si affida a un’altra istituzione di un mondo forse in cambiamento: la stampa. Pubblicare i piani dell’Utrax è consegnare un sistema all’opinione pubblica, ancora restia alle scelte fredde delle previsioni numeriche. Ovviamente Hanna riflette un mondo ancora convinto dei contrappesi democratici, dove l’opinione pubblica pesa sulle scelte militari e politiche. La stampa salva il suo ruolo. Per ora. E in maniera specifica in quel vecchio continente in cui Hanna 3 finge avvengano ancora i fatti salienti del mondo.

L’obiettivo dell’Utrax racconta la paura di un sistema per le nuove generazioni. I giovani ricercati dalla lista prodotta dall’algoritmo sono attivisti politici, rappresentanti civili dei movimenti contro il cambiamento climatico, giovani scienziati illustri. Una in particolare ricorda Greta Thumberg, posta nel mirino degli apparati di potere in maniera probabilmente non troppo fantasiosa rispetto alla realtà. La Generazione Z spaventa, dunque. E va eliminata. Ma Hanna, che è a suo modo parte di quel domani, se ne fa protettrice. Un peccato questa terza stagione ne chiuda le vicende. Più che un capolinea, sembrava un inizio.

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