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Come tutte le serie di successo che puntano alla longevità, lungo il cammino qualche piccola flessione dopo dei piacevoli exploit è assolutamente fisiologica, a maggior ragione se non è tanto grave da mettere in discussione il percorso futuro e quanto di ottimo offerto in quello precedente. Del resto non tutte le ciambelle vengono con il buco, ciononostante riescono comunque a mantenere un buonissimo sapore. È il caso di Fargo, la serie antologica creata da Noah Hawley, ispirata all’immortale cult dei Fratelli Coen, che la suddetta flessione sembra averla accusata nella quarta stagione che si è affacciata su Sky Atlantic lo scorso 16 novembre. Ma è solo un’impressione iniziale, emersa dalla visione dei primi due episodi degli undici complessivi, soggetta ovviamente a qualsiasi smentita quando ci troveremo a tirare le somme al momento dell’epilogo. Ma sia chiaro non stiamo parlando di una rovinosa caduta, piuttosto di un cammino che non sembra avere la stessa sicurezza di quelli apparsi sullo schermo in passato.

Fargo – Stagione 4: un’epopea criminale in perfetto stile gangster-movie, che ci teletrasporta nella Kansas City degli anni Cinquanta, nel mezzo di una sanguinaria faida tra clan

Fargo - Stagione 4 cinematographe.it

Resta come già detto una prima impressione e in quanto tale rimandiamo qualsiasi giudizio al termine di una stagione che però ha le sue carte da giocare, alcune delle quali calate sul piatto già nei capitoli iniziali di questa epopea criminale, in perfetto stile gangster-movie, che ci teletrasporta nella Kansas City degli anni Cinquanta, nel mezzo di una sanguinaria faida fra due clan che provano a spartirsi il territorio: da una parte gli italo-americani e dall’altra gli afroamericani. Quelle che vanno in scena sono le prime schermaglie dialettiche e armate di un patto di non belligeranza destinato con moltissima probabilità a spezzarsi.

Non mancano, infatti, avvertimenti, atti intimidatori, imboscate, colpi bassi e qualche morte illustre a destabilizzare una situazione già in equilibrio precario. Una situazione che probabilmente degenererà sin dal terzo episodio. A suggerirlo la scena conclusiva del  secondo atto diretto, così come il primo, dallo showrunner, che mostra l’irruzione della polizia nella casa della famiglia Smutney.  Gli Smutney altro non è che lo spartiacque tra i due clan rivali, una famiglia meticcia che suo malgrado si trova nell’occhio del ciclone e che nell’economia narrativa e drammaturgica di Fargo 4 veste un ruolo chiave. Alla sedicenne Ethelrida Smutny (interpretata dalla talentuosa E’myri Crutchfield), infatti, è affidato il ruolo di Virgilio e di narratrice nei meandri di questa faida, testimone oculare e punto di vista privilegiato attraverso il quale si materializza il racconto.

In Fargo 4, Noah Hawley racconta una storia vera, ma utilizzando nomi fittizi

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Quello di affidare il testimone agli occhi della piccola e innocente di turno non è la trovata del secolo, tuttavia qui funziona e non appare una scappatoia facile all’assenza di altre potenziali escamotage narrativi. Qui si fa portavoce di un nuovo riavvolgimento del nastro e di uno spostamento dell’azione che dalle cittadine del Minnesota, “teatro” delle precedenti stagioni approda a Kansas City, nel Missouri. L’occasione è la trasposizione di una storia vera (i fatti sono realmente accaduti, ma vengono utilizzati nomi fittizi per volontà e rispetto dei sopravvissuti) ambientata sullo sfondo di un’America profondamente divisa da tensioni sociali e razziali. Terra fertile per una lotta di potere da una parte e da quella di sopravvivenza dall’altra. In Fargo 4 ci allontaniamo ulteriormente dagli anni Duemila raccontati nella prima e seconda stagione, così da poter dare nuova veste e linfa vitale alla serie, che con la season inaugurale ha toccato vette altissime, con echi altrettanto forti nella seconda.

La consueta dose di humour nero e spruzzate di violenza alimentano questi primi due episodi della quarta stagione di Fargo

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Sin dai primi vagiti di Fargo 4 sembra comunque affacciarsi la consueta dose di humour nero (vedi la riuscitissima scena del ferimento del boss Donatello Fadda e della frenetica corsa in auto verso l’ospedale) che da sempre ha caratterizzato la serie sin dai suoi esordi, ereditata nemmeno a dirlo dalla fonte d’ispirazione coeniana. A questa si va ad aggiungere l’irrinunciabile spruzzata di violenza quando il la pace tra le fazioni viene messo in discussione e dalle parole si passa ai fatti come nell’excursus temporale del pilot che dal presente storico riavvolge le lancette dell’orologio ai primi quarant’anni del Secolo per rievocare i passaggi di potere in città, oppure negli ultimi minuti del secondo episodio con l’irruzione degli afro-americani nel mattatoio gestito dei rivali italiani. Un menù che arriva sullo schermo con un bel ritmo, amplificato dalla regia eclettica di Hawley che sembra non essere mai a corto di fiato quando si tratta di tirare fuori dal cilindro qualche pregevole soluzione visiva. A fare storcere il naso semmai è l’uso, assolutamente accessorio e inutile, dello split-screen.

Nel folto cast di Fargo 4 a rubare la scena negli episodi inaugurali ci pensa Jessie Buckley, nei panni di una squilibrata e tossicomane infermiera

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Ma ciò che conserveremo nel cuore di questi primi due episodi della quarta stagione è la performance di Jessie Buckley, qui alle prese con un personaggio davvero riuscito e controverso, quello di un’infermiera razzista e tossicomane che si auto-definisce un “Angelo della Misericordia”. La sua Oraetta Mayflower ruba letteralmente la scena ai tanti volti del folto cast, dove appaiono anche esponenti del panorama nostrano come Tommaso Ragno, Salvatore Esposito e Francesco Acquaroli, oltre a pezzi da novanta come Chris Rock e Jason Schwartzman. Non ci resta che guardare le restanti puntate per capire se personaggi e storia riusciranno ad alzare l’asticella. I presupposti ci sono, staremo a vedere se daranno frutti più maturi.