voto del pubblico 1.5/5
voto finale 2.7/5
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Coyotes: recensione della serie thriller Netflix

La recensione della miniserie che ha conquistato il pubblico belga, approdata su Netflix il 2 dicembre 2021. Una caccia al tesoro che si trasforma in una battaglia per la sopravvivenza per un gruppo di scout alle prese con spietati trafficanti di diamanti.

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Dopo aver conquistato il pubblico belga la scorsa primavera, quando è stata trasmessa in patria dall’emittente La Une, per Coyotes è giunto il momento di provare a strappare consensi anche oltre confine. L’occasione per la serie creata da Axel du Bus de Warnaffe, Vincent Lavachery, Anne-Lise Morin, Christophe Beaujean e diretta da Jacques Molitor e Gary Seghers è l’acquisizione dei diritti di messa in onda da parte di Netflix, che l’ha rilasciata il 2 dicembre.

Coyotes: un tranquillo camping estivo si trasforma in una pericolosa caccia al tesoro

Coyotes cinematographe.it

I sei episodi da 45 minuti cadauno che la compongono sono ora a disposizione anche degli abbonati della piattaforma a stelle e strisce che potranno così calarsi nelle disavventure mistery-crime dei suoi cinque protagonisti: Kevin (Louka Minnella), Ferret (Kassim Meesters), Mongoose (Sarah Ber), Mouss (Anas El Marcouchi) e Panda (Victoria Bluck). Insieme formano i Coyote, un gruppo di adolescenti scout che si riunisce ogni anno nel paesino di Warnaffe per un camping estivo all’insegna dell’amicizia, della solidarietà e della vita all’aria aperta.

Tutto procede come da programma tra l’allestimento del campo, le esercitazioni, le escursioni, i giochi e i momenti conviviali fino a quando uno di loro non si imbatte in un cadavere che ha con sé una borsa contenente dei diamanti trafugati. La domanda di rito a quel punto non può essere: cosa fare? Divisi tra restituirli, condividerli o conservarli, ogni membro del gruppo mette in discussione la propria moralità. La prospettiva di diventare ricchi deve necessariamente scontrarsi con il dubbio e la paura, ma soprattutto con delle conflittualità che ne conseguono. E come se non bastasse chiunque sia dietro a quell’omicidio starà cercando i diamanti, con i Coyote che si ritrovano loro malgrado coinvolti in una pericolosa caccia al tesoro.

Coyotes: un romanzo a metà tra formazione e deformarzione, scritto con il rosso del sangue, il giallo del thriller e il nero del crime

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Insomma un vero e proprio fuoco incrociato che chiama in causa tre diverse fazioni: il gruppo di scout, i cattivoni di turno e ovviamente le forze dell’ordine. Il ché getta le basi della più classica battaglia su più fronti e senza regole d’ingaggio, dove l’unica speranza per sopravvivere è restare uniti. Ci riusciranno o l’avidità finirà per separarli? Alla visione l’ardua sentenza, anche se sulla carta e dal pilot è chiaro e prevedibile quale sia il percorso a ostacoli al quale andranno incontro i protagonisti. Coyotes segue traiettorie narrative già ampiamente battute e con le quali lo spettatore cinematografico e televisivo si è già imbattuto innumerevoli volte in passato.

Nella miniserie belga è possibile rintracciare un modus operandi narrativo e drammaturgico che dal Soldi sporchi di Sam Raimi porta diritti alla più recente Outer Banks, della quale quella in questione sembra a tutti gli effetti una versione bucolica. In effetti cambiano i fattori ma non la sostanza, con l’azione che si sposta dalla Carolina del Nord a un bosco nei pressi di un villaggio immaginario da qualche parte in terra belga, che prende il nome dallo showrunner. Anche qui troviamo un gruppo di adolescenti alle prese con i capitoli di un romanzo a metà tra formazione e deformarzione, scritto con il rosso del sangue, il giallo del thriller e il nero del crime.

La discontinuità e la dispersione di tensione tra un episodio e l’altro sono i punti deboli della miniserie

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Quella che scorre sullo schermo è una storia la cui architettura è già codificata, poiché costruita su dinamiche e one-lines volutamente stereotipate, figlie dell’esigenza di chi le ha create di parlare una lingua comprensibile a tutti e di navigare in acque sicure e meno tempestose. Al netto di cliffhanger e colpi di scena più o meno efficaci, oltre a riuscite trovate (vedi l’interrogatorio al campo in cui i ragazzi concordano la versione da dare alla polizia in scena), apprezzabili scelte tecniche (la notte blu cobalto) e un buon cast (da segnalare la performance di Steve Driesen nei panni del capo banda Marc Moyersoen) Coyotes intrattiene ma non entusiasma quanto invece c’era giunto alle orecchie sulla scia di un successo casalingo crescente.

La discontinuità tra un episodio e l’altro, che produce un sali e scendi di tensione che invece di accumularla finisce per disperderla, rappresenta di fatto il tallone d’Achille dello show. Dalla fine della seconda puntata con la trasferta in quel di Aversa, dove gli scout si recano per piazzare lo scomodo lotto, la miniserie ingrana e cambia passo, ma è solo un’illusione che non è destinata a durare. Strada facendo non mancano i passaggi in cui la temperatura sale (la liberazione di Marie o la chiusura del penultimo episodio), ma per qualche motivo non si giunge mai a quella di ebollizione. E infatti l’epilogo lascia sul palato del fruitore il gusto inconfondibile dell’occasione persa, o meglio sfruttata solo in parte.     

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