Blue Eye Samurai: recensione della serie animata Netflix

Uno degli migliori anime mai creati e distribuiti da Netflix negli ultimi anni: un prodotto violento, sensuale e libero.

Blue Eye Samurai è la serie TV animata disponibile in streaming su Netflix a partire dal 3 novembre 2023 in otto esplosivi episodi. Un prodotto perfetto per gli appassionati di samurai e mitologia giapponese, l’anime è mirato ad un pubblico adulto e forte di stomaco, cuore, mente. Non c’è nulla di semplicemente godibile o superficialmente apprezzabile nella creatura di Amber Noizumi e Michael Green. Green, in particolar modo, rende percepibile la sua presenza artistica e creativa citando le sue stesse opere d’azione, magistrali e memorabili per chiunque abbia familiarità con un certo tipo di cinema: parliamo di grandi lungometraggi acclamati come Blade Runner 2049 e Logan. Sceneggiatore e produttore, gestisce con un’incredibile grazia la violenza delle sue creazioni.

Blue Eye Samurai propone allo spettatore una revenge story che segue tutti i tropi tipici del genere, ma operando un citazionismo di classe e sfruttando la bellezza delle animazioni per proporsi come opera d’arte emulativa, referenziale o auto-riferita. Otto episodi della durata di un’ora ciascuno potrebbero sembrare eccessivi all’inizio, soprattutto per raccontare una storia di samurai, ma ad una attenta visione ci si rende conto che sono esattamente perfetti. O, almeno, lo sono per la storia di Mizu, spadaccina donna nell’epoca Edo dell’antico Giappone in cerca di una vendetta brutale che potrebbe troppo essere ambiziosa per essere mai davvero realizzata. Alcune storie prendono esattamente il tempo necessario per raccontarsi e non chiedono perdono, questa è una di quelle.

Uno dei migliori prodotti animati mai distribuiti da Netflix

Blue eye samurai - Cinematographe.it

Blue Eye Samurai racconta la storia della giovane Mizu, una donna samurai addestrata all’arte della spada giapponese da un maestro fabbro, maestro dalla spada a sua volta, ma cieco. Mizu, però, non è solo atipica per il suo sesso e per il percorso violento scelto con l’arma che ha imparato a maneggiare: anche il suo aspetto la rende diversa, bullizzata dal suo stesso popolo sin dalla più tenera età. La ragazza per i connazionali è quasi una chimera maledetta, una creatura ancestrale senza fortuna che parla di colonialismo e violenza nell’antico impero giapponese. Mizu, infatti, è una mezzosangue: figlia di madre giapponese, ha però uno sconosciuto padre caucasico che le ha dato tratti “da bianca” e occhi azzurri, chiarissimi.

Per la sofferenza che il suo aspetto fisico le ha causato, il dolore portato alla sua famiglia e ai suoi cari, Mizu decide di vendicarsi: ma non è facile vendicarsi di tutti gli uomini bianchi presenti in Giappone, sperando che uno di loro sia suo padre. La sua lunga – e difficile – scalata verso l’obiettivo finale è piena di passi avanti ma anche fallimenti rovinosi e cadute miserabili. Perché la stessa Mizu, nonostante abbia le sue ragioni di sofferenza e ferita, non è certo un samurai come quelli a cui siamo abituati. Non ha lo stoico onore dei guerrieri antichi e solenni di Akira Kurosawa (a cui la serie attinge senza nasconderlo) o le ragioni ideologiche di territorio e onore presenti nelle pellicole leggendarie di Sergio Leone – che permea con le sue atmosfere western alcune scelte artistiche presenti nella serie – né possiede la pura anarchia dei personaggi interpretati da Clint Eastwood. Mizu è una protagonista ma anche una anti-eroina, un personaggio che vuole infliggere dolore a tutti coloro che le hanno impedito di essere amata, libera.

Perché, in fondo, tutti coloro che hanno disprezzato lei l’hanno portata a disprezzare se stessa, in primis il suo sesso: non a caso, Mizu ha vissuto tutta la sua vita nascondendosi in abiti maschili per ottenere ciò che voleva. Nonostante la grande imperfezione della protagonista, i suoi antagonisti sono ancora più odiosi: i potenti uomini d’affari Heiji Shindo e il suo socio irlandese, Abijah Fowler. Nella strada per raggiungere questi due irraggiungibili rappresentanti del colonialismo nel suo aspetto peggiore, conquistatore e distruttivo, Mizu troverà anche un amico e aiutante: il forte ma tenero Ringo, il cui scopo è compiere grandi opere e essere ricordato. All’avventura si aggiungerà la forte e romantica Akemi, che vuole sposare il rivale personale di Mizu, Takemi. L’intrigo di questi personaggi, primari e secondari, è gestito perfettamente e arriva – anche se talvolta a passo lento – verso la meta prescritta e stabilita dalla determinata samurai senza paura.

Mizu è, come gli altri personaggi che l’accompagnano, molto forte ma certamente non indistruttibile: il fallimento farà parte del suo processo e nel vederla in difficoltà gli spettatori saranno pungolati, incollati allo schermo. Tra un racconto visivo di qualità altissima a cura di Jane Wu, accompagnato dalla brillante cura di fotografia e musica da parte di Amie Doherty, e uno dei doppiaggi originali più puntuali mai riscontrati negli anime, Blue Eye Samurai è uno dei titoli del 2023 da non perdere.

Blue Eye Samurai: valutazione e conclusione

Una serie TV animata non solo nel senso letterale del termine: Blue Eye Samurai è una creatura rara, con una qualità altissima dell’immagine e del suono, una vero quadro portato sullo schermo. Oltre allo splendore e alla raffinata violenza presente nei duelli, lo show ha anche un raro cast di attori di serie A al doppiaggio originale: Maya Erskine è Mizu, Brenda Song è Akemi, mentre il leggendario Randall Park, recentemente apparso in Acquaman, è il malvagio Heji Shindo. Magistrale appare infine il doppiaggio di Kenneth Branagh, un gelido e mefistofelico Abijah Fowler, infallibile e potente in ogni sua manifestazione artistica.

Un’opera d’arte nell’opera d’arte è anche il delicato ritratto di un Giappone antico, costretto a gestire fenomeni come l’ascesa del cristianesimo e il colonialismo occidentale. In una versione fantastica, poetica e arricchita da un immaginario da sogno, anche un trauma politico così forte diventa la tela di un quadro che muta con qualche pennellata e non una barbarie fine a se stessa.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 3.5

3.5

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