Micaela Ramazzotti e le scene di nudo: tutta colpa di Paolo Virzì, ma adesso basta. Perché?

Micaela Ramazzotti ha spiegato perché ormai è restia a fare scene di nudo nei film che gira.

Micaela Ramazzotti dà la colpa a Paolo Virzì per aver posato nuda e aver fatto troppe scene di nudo al cinema e non solo. Dopo i fotoromanzi che le hanno donato popolarità, la Ramazzotti è stata notata dal mondo del cinema, vincendo anche vari premi tra i quali un David di Donatello, quattro Nastri d’argento e due Ciak d’oro. In un’intervista con Fanpage l’attrice ha rivelato che per anni ha registrato molte scene di nudo, ammettendo che con il passare del tempo posare ormai nuda diventa sempre di più un problema: “Prima non mi ero mai posta il problema. Ora non ho più la libertà del passato, perché con il primogenito è una preoccupazione. Jacopo comincia a essere grande e non voglio metterlo in imbarazzo con i suoi compagni di scuola, spogliarmi in un film ne deve davvero valere la pena”.

micaela ramazzotti, cinematographe.it

La responsabilità delle sue scene di nudo però è tutta da attribuire all’ex marito Paolo Virzì, il regista che nel 2009 l’ha scritturata per il film Tutta la vita davanti, dove ha girato una scena completamente nuda. In un’intervista con Vanity Fair – durante la promozione della pellicola – l’attrice ha detto “Perché ho posato e girato scene nuda? Lo spiegherà mio marito a nostro figlio”.

micaela ramazzotti, cinematographe.it

Tutta la vita davanti è un film del 2008 liberamente ispirato al libro Il mondo deve sapere, in cui si racconta la storia di Marta, una ragazza che si è appena laureata in filosofia e sogna di diventare una ricercatrice. Nel frattempo trova un lavoro grazie a Sonia, che le dà la possibilità di diventare centralinista. Marta si rivela davvero brava in questo lavoro, ma la ragazza non si fa mai coinvolgere dall’entusiasmo, anzi cerca sempre di portare alla luce le ingiustizie che vede ogni giorno sul posto di lavoro.

Leggi anche Raffaella Carrà e il ricordo della “figlia adottiva”: “Ci univa una speciale condizione, l’abbandono”

Articoli correlati