Nasty baby

Nasty Baby, lungometraggio del cileno Sebastián Silva, prodotto da Pablo Larraín, è una pellicola caratterizzata dalla contaminazione di generi, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2015, nonché vincitore del Teddy Award come miglior film a tematica LGBT al Festival di Berlino, è presente nella sezione Festa Mobile del 33. Torino Film Festival.

 Nasty Baby – uno dei migliori film sulla tematica LGBT si rivela un viaggio nella vera essenza della figura del genitore, anche se…

Nasty Baby ruota principalmente attorno a tre personaggi: Freddy (Sebastián Silva), artista contemporaneo di Brooklyn alle prese con un progetto di video arte che prende il nome dal titolo della pellicola stessa, il compagno Mo (Tunde Adebimpe) e la migliore amica Polly (Kristen Wiig).
Freddy e Polly sono ossessionati dall’idea di diventare genitori, Mo, invece, è molto titubante e non sa ancora come rapportarsi con questo desiderio di paternità. Quando viene chiamato in causa a donare il suo sperma per Polly, dal momento che quello di Freddy è troppo debole, il suo atteggiamento iniziale è di chiusura maggiore. Inizialmente sembra essere convinto, ma poi la pressione e le aspettative dei due lo conducono nuovamente sui suoi passi. A differenza di Freddy, che sembra quasi non curarsi delle responsabilità di un genitore e delle limitazioni alle quali sta andando incontro, Mo vuole riflettere molto bene sulla questione e l’atteggiamento ossessivo di Polly non aiuta affatto.  Dall’essere Polly ad aiutare Mo e Freddy ad avere un figlio, sembra quasi che la situazione si sia capovolta.

Nasty baby

A rendere ancora più tesa la vita dei tre personaggi è l’inquietante presenza di un vicino di casa, chiamato Il Vescovo (Reg E. Cathey), con le rotelle fuori posto. Un uomo anziano che passa il suo tempo tra il vendere oggetti, aiutare molestamente il vicinato a parcheggiare, e aspirare le foglie dal marciapiede la mattina presto, facendo diventare matto Freddy.

La pellicola ha un prologo piuttosto calmo ed equilibrato, con Freddy alle prese col suo lavoro e il bisogno di essere padre in primo piano, per poi passare ad un montaggio più dinamico che ben caratterizza tutto il corso della narrazione.

Nasty Baby per una sua buona prima parte sembra essere un’ottima pellicola di genere, morbosa e dalla tematica importante, ovvero l’inseminazione artificiale. Il film cerca, in un primo momento, di fare chiarezza sulla vicenda e su ciò che spinge i personaggi a questo bisogno, tentando di indagare attraverso la messa in scena del loro stesso carattere e modo di approcciarsi alla situazione. Una ricerca della vera essenza della figura del genitore, che passa per tante via, dall’avventatezza alla titubanza, dalla paura fino ad arrivare alla sicurezza. Freddy sembra essere quasi mosso più da un capriccio che da una vera volontà di essere padre. Questo bambino, per lui, è quasi un ritorno alla sua stessa infanzia, alle sensazioni di quel periodo che sono necessarie per quel lavoro. Polly, invece, è totalmente ossessionata dall’idea di maternità, a tal punto da diventare davvero invadente nell’intimità stessa della coppia. L’unico a guardare la situazione con aspetto più razionale è Mo, il quale non riesce a prendere quella decisione di pancia.

Si passa dai problemi di coppia all’incomunicabilità tra le varie relazioni e rapporti; lo scontro tra diverse mentalità, come il disappunto della sorella di Mo verso lo “sbagliato” rapporto a tre per avere un figlio, ma anche il riflesso di una parte esistente del mondo attuale.

Una pellicola che avrebbe potuto dare davvero di più, se non fosse che l’attenzione di Silva improvvisamente si sposta da tutt’altra parte. Partiamo da un dramma che rispecchia molto la realtà in cui viviamo, tra gli attuali problemi sulle adozioni e unioni civili, fino ad arrivare ad un vero e proprio thriller. Una sorta di due trame che si incrociano non per tematica bensì attraverso lo sfondo di un contesto sociale che poco c’entra con tutto ciò evidenziato inizialmente.

Silva mette in scena con Nasty Baby una pellicola che non trova un suo reale respiro; una pellicola che rimane chiusa in se stessa a causa dei troppi elementi sulla scena e che, quindi, tende a confondere. Una risoluzione un po’ sbrigativa, per un finale che in realtà non c’entra nulla con l’inizio del racconto. Due storie diverse che non si concludono, restando in sospeso senza convincere lo spettatore.